L’ultima riga delle favole

Dopo qualche tempo di pausa torno a trovare la voglia di leggere e di scrivere di quello che leggo. Torno su questa rubrica che non ho mai abbandonato, dentro di me, del tutto,  un po’ per rendere onore ad un titolo che voglio mantenere attivo e pieno di dignità e che sono molto felice di avere conquistato, un po’ perché l’emozione e l’ebbrezza di scrivere e di sapere che qualcuno legge ciò che scrivi sono piaceri di cui non avrei potuto privarmi ancora a lungo.

Dicevo leggere…attività quotidiana e snervante per qualsiasi studente, più che un piacere, a volte una tortura. Mi era capitato spesso e invano, di ripetere a me stessa una frase di un autore che alla lettura mi ha veramente iniziata, anzi mi ha “costretta” quasi per imposizione (perché dopo parole così l’unica cosa da fare è obbedire) Daniel Pennac: “Dove trovare il tempo per leggere?grave problema che non esiste, il tempo per leggere come il tempo per amare dilata il tempo per vivere”. Ripetevo a me stessa di non smettere mai di allungarmi la vita piegata su pagine ingiallite e macchiate di inchiostro di vario colore ma i doveri a volte soffocano le illusioni e loro si, la vita la rendono breve, insopportabile, sfuggente.

Ultimamente la frase di Daniel Pennac, nel raccontarla a non so chi, mi ha invece salvata e questi due verbi, AMARE, e LEGGERE li ho visti di nuovo coniugati in uno splendido quanto aureo libretto uscito per Longanesi appena un mese fa e già giunto alle 200.000 copie (di cui almeno 4 sono quelle che ho comprato io per regalarlo in giro).

250 pagine di puro godimento, sublimi e retoriche al punto giusto, profonde e leggere…di quella leggerezza che serve a farti tornare il piacere della lettura e letteralmente ti rimette al mondo.

Le librerie sono luoghi strani dove nascono amori a prima vista, ma questa volta anche al tv e i giornali hanno avuto la loro parte visto che il mio amore per Gramellini, vicedirettore della Stampa e autore del volume, è nato, strisciando, a partire dai fondi di pagina con cui ogni giorno delizia il suo giornale, ed è scoppiato in un’intervista che di sfuggita ho ascoltato su Rai Uno in una assonnata mattina d’estate.

La sua penna scorre soave ma mai scontata, originale senza essere “sensazionale” (ché di sensazionalismi sui mass media e in politica ne abbiamo abbastanza) e senza cercare la “trovata”, ma “trovandola” con la naturalezza di uno sguardo sensibile e acuto.

Il protagonista è, ahimè, un mio collega, un laureato in Lettere Antiche, con tutte le caratteristiche salienti del caso: sfigato (mi si passi il termine, ma fa proprio parte della patente del classicista e non potevo ometterlo), infelicemente idealista o illusoriamente realista che dir si voglia, disperato, solo…insomma un perfetto collega, uno di quelli in cui mi specchio ogni giorno fra i corridoi e gli scaffali polverosi della mia vita quotidiana.

Tomás, questo è il suo nome, non ha un amore e non lo cerca, non ha un’anima (se l’è persa per strada) e non cerca neanche quella, eppure si trova a fare un fantastico viaggio dentro se stesso fra bagni in acque putride e vasche dai nomi fantasiosi in cui si sperde; luoghi che non significano nulla in senso letterale ma godono di quell’evanescenza che solo i simboli sanno avere: sono i simboli della propria anima, delle proprie paure, delle proprie fragilità, dei proprio errori da rifare e da dimenticare, dei traumi dell’infanzia.

In questo Viaggio Tomás è costretto dalle circostanze e quest’iniziale costrizione però fa scaturire in lui il Coraggio, il coraggio di vivere e attraversare, bere, vedere, toccare letteralmente la propria anima con tutte le sue ferite.

Ma questo non basta perché la ricerca di Tomás ha un fine ancora più alto: trovare la propria anima gemella, o meglio ritrovarla dopo un incontro fugace e lo strappo di una perdita subita, solo quando la sua anima avrà trovato il coraggio di intersecarsi di nuovo con la sua metà allora anche il suo viaggio, quello vero, quello della vita reale, sarà compiuto, Tomás avrà ritrovato il suo TALENTO (che non dico cos’è per non togliere il piacere di arrivare alla fine) e forse avrà la possibilità di ricucire lo strappo.

L’avventura di Tomás è quella di ogni uomo: soffre di solitudine, che è la condanna dell’essere uno e insostituibile, come ogni uomo è per sua natura, soffre l’illusione della sufficienza a se stessi, affanna per la dolce e fugace illusione della compagnia di un altro. Ma quest’ultima può trovare compimento solo se il “ponte” tra sé e l’altro assume il banalmente complicato nome di…Amore. Allora quella compagnia un’illusione non è più se assume la concretezza di una “creatura che ha bisogno di essere nutrita, allevata, curata”, perché cos’altro è l’amore se non questo?

Che Tomás alla fine riesca o meno a realizzare il tutto, l’importante è che abbia capito; l’importante è che chi legga abbia capito.

Pagine così allungano il tempo per vivere perché gi gettano addosso la vita di altri e ci aiutano a vivere meglio la nostra, e perché a volte ci danno il coraggio di non lasciarci andare all’ “Inaffidabile che ci perseguita da sempre” e ci ridanno la speranza che al mondo non esistano solo “uomini con paura di amare, passioni superficiali, volti sconfitti”. A 22 anni, di questa speranza, oggi più che mai, tanti come me hanno molto bisogno.

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