Sbarchi di speranza

Sono stata rapita, stasera, fra una tavoletta micenea e l’altra, da una nota e bellissima trasmissione di Rai3. Come si sa, nulla avviene per caso. Proprio qualche giorno fa, quando ero ancora in Calabria, mi facevo raccontare da mio nonno i giorni del suo viaggio in Australia, lo sbarco, le emozioni di un nuovo mondo, che stavano per me racchiuse nelle parole delle canzoni che mi insegnava quando ero piccola e mi narrava quell’Eldorado. Ma si diventa grandi…per la prima volta mio nonno mi ha raccontato, dopo tanto tempo, anche le difficoltà e le umiliazioni, che, da italiano subì sulle prime al suo arrivo. Per un attimo la voce gli si ferma in gola, poi continua a raccontare le meraviglie di una terra nuova, che dopo 50, dai suoi racconti, ancora mi sembra un paradiso. La voglia di riscatto, nel caso di mio nonno piuttosto la voglia di avventura, sono nel migrante talmente forti, che anche il dolore del parto per rinascere a quella nuova vita, un po’ come nella prima nascita, nei ricordi viene oscurato, tale è la valanga di speranze e sogni con cui si era deciso di partire. Ma le ferite restano. Guardando stasera quel programma parlare dei tunisini sbarcati a Lampedusa, caricati dalla polizia e insultati e umiliati dai lampedusani, ho pianto come se fra di loro avessi visto mio nonno alla loro età. Non posso non essere solidale con quella gente, non piangere, non ammirare il coraggio di prendere in mano il proprio destino e nient’altro, e partire. Vorrei che altri si ricordassero che siamo figli di gente come loro, che ha avuto il coraggio di prendere in mano il proprio destino, e che da figli, oggi, invece, abbiamo assunto il ruolo arrogante di patrigni, non di fratelli. Promuovere il dialogo tra i popoli, principalmente con l’Islam, promuovere la circolazione libera delle persone e delle culture è il compito primario di chi si affaccia alla vita ed è sensibile al mondo circostante. Avere l’umiltà di imparare quel coraggio, quella voglia di vincere, quella scommessa, quel saper perdere, è il minimo che, da figlia dell’emigrazione e io stessa, a mio modo, emigrata voglio sperimentare. Divisa tra l’ammirazione nei confronti della maestria del racconto e la possibilità concreta di fare qualcosa per questo, fermo questa riflessione e la scrivo, anche per mio nonno, che ne sarà contento.

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