Operazione traduzione

L’operazione della traduzione mette a dura prova le capacità di pazienza di chi si accinge ad eseguirla. Lo spazio di tempo che passa tra il cominciare una pagina e poi voltare e passare alla successiva è infinito. L’attenzione dev’essere costante e rivolta alle singole parole, alle virgole, alla frase nel suo insieme e contemporaneamente a non perdere il filo del discorso, senza il quale la vivisezione rimane un esperimento sterile e privo di senso. Non c’è neanche la componente di realizzazione: la maggior parte delle opere che ci si affatica a tradurre sono già state tradotte, magari neanche bene e la materia di cui si tratta è talmente alta che si fatica ad avviciniravisi, pur curando con la massima attenzione forma e contenuto.
La traduzione però insegna la costanza e la forza di volontà. Insegna a frenare il fast-doing cui siamo ormai assuefatti. Permette di scoprire la capacità interpretativa e creativa del fenomeno lingua, e di indagare la povertà del risultato, senza sminuire la pregevolezza dello sforzo.
La fatica di anni passati a tradurre mi conferma il valore formativo di questa strana operazione di chirurgia che sembra oggi ormai una pratica clinica di fine 700 o un’operazione da ospedale da campo: comparata all’avanzare tecnologico moderno, che ci dimostra come un chirurgo possa operare in Italia muovendo dei tasti in America.
Nella traduzione il rapporto con l’oggetto di osservazione dev’essere invece univoco e diretto, richiede cura e rispetto nei confronti del “paziente” e umanità nei confronti dell’operante.
A “patire” e “pazientare” in questo caso è anche il chirurgo, che seziona le parti per poi doverle rimettere al loro posto, al fine di farle continuare a vivere.

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