Deboli di stomaco – Virginia e la cucina rovesciata

Virginia avrebbe scritto così una sera di primavera a Vita:

Dopo un sushi abbondante e un gelato pesante l’altra notte ho fatto indigestione.
Non pensavo che fare indigestione fosse un’esperienza di vita così importante, ho imparato molte cose.

Partendo dal sushi in sé, la prima: il sushi è un piatto che richiede lentezza, pazienza e decisione, il riso ha bisogno di tempo per cucinare e raffreddare, per essere steso e reso colloso al punto giusto; il pesce dev’essere fresco, dal profumo deciso senza essere troppo invadente, e dev’essere tagliato al punto giusto e nel modo giusto, individuando precisamente il punto dove il coltello reciderà la carne senza sfilacciarla, rovinarla.
Il sushi è il contrario esatto di me,  e infatti non l’ho digerito; non ne avevo mai mangiato così tanto, ed effettivamente tutta quella pazienza, lentezza e decisione, prese a piccole dosi non mi avevano mai dato fastidio, ma l’altra sera era veramente troppo, i miei succhi gastrici abituati alle verdure cotte di stagione, sebbene anche al peperoncino e al cardamomo non hanno sopportato.

Dunque la seconda: Il gelato al pistacchio ha fatto il resto: latte e frutta secca non stanno bene insieme nel mio stomaco, che evidentemente non riesce a farsi sedurre dalle doti emollienti del nettare bianco, ma non riesce neanche ad idratare di per sé i frutti essiccati al sole. La sostanza è che non riesco a separare le proteine dai grassi, cioè il necessario dal superfluo, in un gelato al pistacchio evidentemente sono così ben mescolati che mi confondo e non capisco più niente.

Il corso dell’indigestione è stato però veramente unico: fino all’ultimo non ho voluto vomitare, e ci sono riuscita. Mi sono presa una rivincita sulla pazienza e la decisione del sushi e ci sono riuscita. Più che rivincita devo essermi messa in testa che lasciar risolvere alla lentezza le indecisioni di uno stomaco poco raffinato e un po’ ingenuo poteva essere l’unico modo per non vedermi costretta a nausearmi di quel sushi così tanto (dopo averlo vomitato), da non volerne più mangiare per il resto della mia vita.
Amo molto il sushi, ma quando si fa indigestione di qualcosa non si riesce più neanche a sentirne l’odore, e la seduzione di questo piatto orientale, apparentemente essenziale ma molto solido e sostanzioso (ha i suoi grassi, non è così dietetico come si pensa), è un piacere cui non voglio rinunciare.

In ultima analisi ho imparato che non devo mangiare troppo, non devo essere avida e affamata di quelle cose che invece per definizione hanno bisogno di cura e pazienza per sprigionare il loro massimo sulle papille gustative. Credo che smetterò per un po’ di sognare un piatto di pesce crudo da spezzettare allegramente sotto i miei molari crudeli, e smetterò anche di ripetermi che  non potrei mai fare a meno del sushi una volta alla settimana, in fondo anche una ogni due (visto che è molto caro) non è un deal così malvagio.

Mediterò e cercherò di mettere in pratica i miei autoinsegnamenti, il libro di ricette, d’altronde, Vita, amore mio, me l’hai regalato tu, ed è con te che cucinare è diventata la mia arte più segreta.  Che scrivo lo sanno in troppi ormai.

 

V.

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