Liberazione

Penso che questa festa del 25 aprile abbia veramente un nome bellissimo.
Il 25 aprile rappresenta il giorno della fine di un’oppressione, di un tradimento, di un incubo fatto di discriminazione, di un’illusione.

Quello fascista è stato un regime,  con le sue falle e le sue miserie, ma un regime in cui la politica aveva tradito se stessa, dimenticando il suo ruolo fondamentale di guida e modello. Perché il senso della politica non è amministrare per limitare le libertà, ma aiutare a cercare spazi dove crearne di nuove e diverse.

Il regime fascista è stato un tradimento di una peculiarità italiana, cioè il ruolo guida che l’Italia ha avuto nella civiltà: quel cosmopolitismo e quell’ospitalità di un paese messo in mezzo al Mediterraneo, dove i popoli si erano sempre incontrati creando miscugli bellissimi come San Marco a Venezia o la basilica di Monreale. L’esclusione, l’emarginazione, l’illusione della razza e della terra non hanno mai colto la complessità di un paese misto, forse a volte diviso, ma con un’identità colorata, non grigia come la divisa di un gerarca.

La liberazione ha avuto la forza di una speranza, data ad un paese che non credeva più in se stesso perché non sapeva più chi era. Credo che il senso della Liberazione oggi sia proprio questo.
Che la politica ritrovi oggi quella speranza di credere in se stessa e nel paese vero, quello che sta nelle piazze e dietro lo schermo di un computer a scrivere una tesi magari; credo che la politica debba rimettersi su quelle montagne e fra quelle colline, ad osservare Lune e Falò dal punto di vista della gente, affiancandosi alla ricerca di un orientamento, che grida da ogni parte.

Questa società è disorientata e soffre profondamente di solitudine, è una società molecolarizzata fatta di uomini che non sanno più davvero appassionarsi a nulla, che tradiscono se stessi e gli altri senza neanche rendersi conto del modo in cui lo stanno facendo, giustificando le proprie azioni con l’ansia di vivere il momento, di capire l’attimo ma senza alcuna vera fiducia nel loro presente, nel loro futuro. La nostra società italiana vive questo fenomeno in modo amplificato, sola a risolvere problemi atavici fatti di differenze culturali apparentemente incolmabili, incapace di creare veri luoghi ideali di incontro e dialogo.

Che il 25 aprile ci insegni di nuovo il valore della comunione e dell’unità.
“Prima che il gallo canti” impariamo di nuovo a vivere come in una trincea, in cui combattere ogni giorno significa anche condividere il pane ed esaltare la propria piccola grande storia personale; in cui la paura di perire non ci paralizzi nella difesa di qualche becero privilegio, ma ci rinnovi l’entusiasmo.

“Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via. Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch’io un pezzo dell’idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana. Perché il libro, anche il sacro, appartiene a chi lo legge e non per il diritto ottenuto con l’acquisto. Perché ogni lettore pretende che in un rotolo di libro ci sia qualcosa scritto su di lui.

” Erri de Luca -Alzaia”

come fosse me

“Noi siamo quelle che non si risparmiano. Siamo quelle che, da fuori, sembriamo non dare niente, non finché ci conosci e non scopri che, al contrario, siamo quelle che danno tutto. Noi siamo quelle che sono sopravvissute e non abbiamo paura di niente, neanche di darci, e quando abbiamo paura non l’abbiamo per noi, ma per gli altri – paura che non abbiamo le mani abbastanza grandi, i polsi abbastanza forti, per prendere quel tutto che stanno chiedendo non sapendo di non sapere che desiderare desideri piccoli è diverso, che per desiderare davvero bisogna essere pronti a vedere i propri desideri soddisfatti – forse non con loro, di certo con noi. Noi siamo quelle che si svuotano come un cielo carico di nubi grigie d’estate – l’unica cosa che non riusciamo a imparare, fermarci, e continuiamo a cadervi sulla testa, bagnarvi le guance, anche se aprite l’ombrello, anche se cercate riparo. Ci avete chiesto la pioggia e noi vi diamo la pioggia, siamo violente come le nostre passioni fino a quando non ci assaggiate, non scoprite il nostro sapore che è sfaccettato – siamo al gusto di caramelle nelle favole, siamo di tutti i gusti. Noi siamo quelle che ti avvisano: siamo impetuose, prima di pioverti addosso, non iniziamo a farlo finché non ti vediamo – non vi vediamo – con le braccia e la bocca aperte verso l’alto come piante assetate. Noi siamo quelle che ti dicono: non amarmi così forte, o finirò per ricambiarti e per distruggerti – vi conosciamo meglio di quanto voi conosciate voi stessi e cerchiamo di proteggervi, cerchiamo di proteggerci dal momento che, sappiamo, arriverà – dal momento in cui capirete che siete solo capaci di accontentarvi e nulla più e noi saremo un troppo per il quale non avrete spazio. Noi siamo quelle che ridono sempre. Siamo quelle che, da fuori, sembrano non ridere mai, non finché ci conosci e non scopri che, al contrario siamo quelle che seppelliscono i dolori con le loro risate forti e vere. Noi siamo quelle che sono sopravvissute, noi siamo quelle che hanno deciso di non volere niente di meno di quello che vogliono – siamo quelle che sono quello che dicono di essere, anche se voi non ci credete.”
 Siamo quelle che tutti dicono di volere, che nessuno sa di non potere”.

Dopo la politica, oltre la politica, dentro la politica

Così Renzo Bossi si dimette, pare.
Qualcuno dice che, con lo sfascio della Lega, siamo già entrati nella Terza Repubblica; le dimissioni di Bossi sono l’emblema della fine di un ventennio, quelle di suo figlio sono l’emblema della fine della giunta Formigoni (sperem).
Il problema è che Renzo Bossi ha 20 anni, è un mio coetaneo, uno che come me è nato dopo quando il Muro di Berlino stava per cadere, o era già caduto, quando le ideologie avevano fatto il loro tempo, quando il mondo finiva di negare di essere globalizzato e le distanze già si accorciavano.
Eppure ha vissuto il fare politica come un uomo della Tangentopoli più piena, come uno scagnozzo di un Andreotti o di un Berlusconi qualsiasi, facendosi pagare la macchina con i soldi dei rimborsi elettorali e senza uno straccio di diploma con cui dimostrare che la cultura non è solo un pezzo di carta, ma l’unico vero modo anche per fare e per dare politica.
E’ una vera tristezza che un ragazzo di 20 anni incarni tutti gli stereotipi degli ottantenni marci che hanno alimentato il sistema corruttivo di un’Italia che ci hanno lasciato.

Così sembra che avere 20 anni e fare politica, ancora una volta, sia questo, sia accettare il marcio e farsene compromettere; sia avere anni di militanza senza aver mai dimostrato di avere delle vere capacità peculiari che possano aiutare il paese a crescere, anzi, a rinascere.

Non è così. La politica è bella perché è totalmente un’altra cosa.
La politica è dialogo, sacrificio, sforzo di innovazione, sforzo di comprensione, sforzo di abnegazione.
La politica non è inventarsi delle capacità, ma essere sicuri delle proprie per metterle al servizio degli altri.

Chi fa parte di una giovanile, come io faccio, non può più permettersi di dare quell’immagine della politica in giacca e cravatta e chiusa nelle segreterie di partito, perché significherebbe rimanere fuori dai tempi e dalla società. L’antipolitica è ormai una realtà ed ha le sue ragioni,  ma finché noi non saremo capaci di dimostrare il contrario, non avremo salvato la politica e avremo affossato anche noi, avremo perso tempo e sprecato i nostri anni migliori.

La Lega ha per anni messo in crisi anche i partiti di sinistra, perché aveva quella capillarità e quella spinta innovativa che la sinistra aveva smarrito. Ora ha dimostrato di non essere diversa dagli altri sistemi partitici del passato (e lo chiamo, volontariamente e con speranza, passato). I militanti, colpiti alla pancia dalle parole dirette e semplici del loro capobranco, si sono accorti che non basta la pancia per fare politica, ma ci vuole soprattutto la testa.

Voglio che il mio partito e la mia giovanile, fedeli alla storia di cui fanno parte e al quadro politico europeo al quale si affacciano, ritornino a intraprendere quel ruolo didascalico che un Partito, degno di questo nome con la lettera maiuscola, deve avere.

Un partito non deve insegnare a pensare, ma deve raccogliere i pensieri, farne sintesi e diffonderli.

Per raccogliere i pensieri, però, deve stare vicino alla gente, deve saper fiutare dove sono i talenti migliori nella società civile e conservarli gelosamente per poi metterli al servizio dei più.
Dobbiamo pensare con la gente e in mezzo alla gente. Far vedere alle persone che non vogliamo, un giorno, comandare, ma guidare e farci guidare senza mai dimenticare il dialogo con chi ci chiede, sicuri sempre di essere in grado di rispondere.

Dobbiamo dimostrare che il nostro sguardo va oltre l’ordinario e crea prospettive ed è in grado di elaborare modelli nuovi, dopo la politica, oltre la politica, ma dentro la politica stessa.

 

Vivi davvero…

Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che non possono esserti date
poichè non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta.

Rainer Maria Rilke

Fauci aperte e respiri mancati

Non avevo mai fatto caso al fatto che sfogaresoffocare potessero avere la stessa etimologia: fauces, le fauci.

Sfogare e soffocare sono le azioni di chi ha divorato troppo la vita, di chi ha spalancato la sua bocca per rabbia e ha ingoiato il peggio del mondo, di chi ha succhiato ogni attimo di esistenza ed è rimasto senza respiro.
Sfogare e soffocare sono nella sofferenza di chi ha vissuto in modo eccessivo, sovrabbondante, sregolato anche un solo momento.

C’è un istante preciso in cui la morte bussa alla porta di chi sfoga e soffoca, un istante in cui l’aria non passa più attraverso bronchi e alveoli, si interrompe il circolo e si frantuma in atomi inerti di idrogeno e ossigeno; può avvenire espirando tutto il male ma anche inspirando tutto il bene.

Ora, quell’attimo può sembrare impercettibile ma lunghissimo, esaltante e delirante.
I muscoli tesi dallo sforzo e ubriachi di vita si rilasciano, il cervello recupera il primordiale istinto di sopravvivenza e pone se stesso davanti ad una scelta: vivere ancora o morire.
Non ci sono mezze misure, la fatica non è trovare la virtù che stava nel giusto mezzo, la fatica è ogni volta scegliere tra vivere o morire.
La fatica è non spaventarsi di fronte all’eccesso di vita e scegliere consapevolmente il momento in cui morire davvero.

Solo sperimentare l’abbandono totale può rivelare quanto fottutamente importante sia quell’attimo e quella scelta e quanta solitudine ci sia nel dover trovare in un millesimo di secondo qualche buona ragione per decidere in un senso o nell’altro.
La ragione è il mito di chi non vive mai abbastanza, l’abbandono e l’affidamento sono la dannazione di chi non si accontenta mai di aver vissuto abbastanza.
Sfogare e soffocare rispondono solo alla capacità di saper perdere il respiro e di non avere paura di soffrire, di morire.