Una notte in Tunisia

È una cronaca teatrale quella messa in scena da Andrée Ruth Shammah dal testo di Vitaliano Trevisan, sugli ultimi giorni di Craxi. L’elemento di cronaca più originale, sta in Cecchin, l’inserviente fedele, ex portinaio di notte dell’Hotel Raphael, quasi robotico, mentre legge le didascalie del testo, contribuendo ad un’operazione teatrale formidabile: “l’abbattimento della quinta parete”, quella del racconto e del copione, in cui, gli spettatori sono invitati ad entrare, così, con una lettura che avviene attraverso l’ascolto. La cronaca è nella veridicità della recitazione di Haber, perfetto nei panni di un Mister X, in cui chiunque, nonostante il tentato anonimato, riconoscerebbe il leader del PSI. Teatro e cronaca si mescolano nella nevrosi che si irradia dal lungo monologo al centro della scena, cronologicamente e spazialmente: è lì che sembra svelarsi ogni segreto della mente, e i nomi che il protagonista non esita a pronunciare: lì si riconoscono le prefigurazioni di uomini che avrebbero attraversato la seconda repubblica per approdare oggi alla terza. Non veri politici, secondo lui, solo maschere da commedia dell’arte: un j’accuse che si riassume in una frase agghiacciante «non esiste sudditanza, ma solo connivenza».

«Ho dato soldi a tutti» ripete nervosamente Mister X, perché «la politica costa cara». Un’analisi lucida, cinica ma vera, forse, se non fosse per bocca di un uomo che al cinismo della politica sa di aver contribuito più di altri. E che non si arrende. Quello sulla scena è infatti una «testa politica» fine, perfettamente consapevole del male che abita in sé, quello morale che conosce, e quello fisico, che i familiari vogliono nascondergli, eppure ansiosa di estendere questo male interiore alla società intera, al suo paese…così lontano e così vicino, proiettato in un quadro sul telo in fondo alla scena. L’anima è visibilmente imprigionata ancora in ragionamenti d’interesse, ma lo spettacolo comincia proprio quando Mister x pronuncia la parola libertà: «la mia libertà equivale alla mia vita», dice, quella libertà che «gli Italiani non amano perché si mettono sempre dalla parte del potere». Mentre tutto «macera» nella calda Tunisia, macera anche la sua anima, ma l’uomo non si arrende, non torna. Preferisce scrivere diari, fermo sulla sua scrivania scarsamente illuminata: scritti come si parlasse di un carcinoma in metastasi, ma dove invece sono raccontati vent’anni di repubblica. In quel macerare però c’è anche la perfetta e terribile previsione della decadenza imminente di un paese. Il riferimento finale alle monete sugli occhi, gli oboli che gli antichi greci ponevano sulle salme perché pagassero il traghettatore Caronte, non possono che far pensare al lancio delle monete durante i funerali tunisini di Bettino, sui politici che vi parteciparono. Accusati d’essere traghettatori d’altro genere, forse, in questo visionario e non banale finale.

In scena al Teatro gli ultimi giorni di Craxi, per farci riflettere su anni della nostra storia recente ancora poco noti, forse «gli anni più oscuri della storia della storia della Repubblica». Un Haber a suo agio, mai eccessivo, tanto somigliante al vero leader del PSI. Rappresentato come un uomo nevrotico e antipatico, affetto da un cancro, anche se non lo sa, mentre vede metastasi morale attorno a sé. Una «testa politica» fine, che sull’orlo del tramonto presenta la “sua versione” dei fatti: un’ Italia in cui non esiste libertà, eguaglianza «non esiste sudditanza, ma solo connivenza». Una Terza Repubblica all’orizzonte, rappresentata come una spiaggia sullo sfondo della scena, per la quale il protagonista vede solo mestieranti, e nessun miraggio di rinascita.

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