Teoria di Milano

ImageMilano, questo è dedicato a te,

che mi hai stregata

mi hai cresciuta e forgiata

mi hai amata di amore corrisposto e limpido,

non passionale, non retorico

ma costante e intimo

E’ dedicato al cuore che tieni in mano orgogliosa

e ai raggi che  a volte dimentichi

sonnolenta e sontuosa.

Milano, questo è dedicato ai tuoi drammi

e alle tue solitudini.

Alle tue miserie

che curi con scintille e lumi

e che non risolvi mai.

Milano, amami ancora e tradiscimi,

ma non privarmi dello stridore delle tue strade

e dei silenzi di cui sei capace,

quando nevica sulle guglie algide

che trafiggono gli occhi

e abbagliano l’anima.

Bianca come il latte…forse un po’ troppo pallida

di Maria Teresa Santaguida

Il film tratto dal romanzo cult di Alessandro D’Avenia (che ha venduto più di un milione di copie) è uscito da poco nelle sale, accompagnato dall’attesa creata dallo stesso scrittore e sceneggiatore su tutti i social media: prima grazie alla scelta degli attori, condivisa con i suoi followers, poi per la scelta delle musiche, con la partecipazione dei Modà, e poi con un’infinità di piccoli videoclip e mini-trailer pubblicati a cadenza di quasi ogni giorno. Insomma, grazie alle nuove tecnologie si è provato a fare appassionare i ragazzi (fascia prevista 14-18 anni) a questo film…tranne che col film stesso. Piatta la regia, non entusiasmante la fotografia, poco curata la partitura della trama, che si svolge senza entusiasmi secondo un puro ordine cronologico, prevedibile già fin dai primi minuti. Leo, il protagonista, bel ragazzo interpretato da Filippo Scicchitano (già impegnato in Scialla) scambia l’amore per la passione, ignora, fino quasi alla fine, l’amore che Silvia, sua migliore amica, cela per lui, mentre non riesce a dichiararsi alla bella Beatrice, interpretata da Gaia Weiss. Ma BIANCA_COME_IL_LATTE_ROSSA_COME_IL_SANGUE_NEW_gBeatrice,  dalla pelle di perla e i capelli rosso accesso è ammalata…il suo sangue ha lo stesso colore della sua pelle e pian piano diventa sempre più bianco. La leucemia la avvicina ancora di più al ragazzo, che non si arrende alla malattia e si troverà a fare i conti con la durezza della vita e con la bellezza dei piccoli gesti. Retorico il messaggio e pallida l’allusione ad una ricerca dell’oltre e di Dio, nella quale trova conforto la piccola Beatrice, ma che non è chiaro siano appartenute al protagonista di questo mal riuscito romanzo di formazione. L’allusione dantesca attraverso i nomi scelti (Beatrice) e la figura del prof. “figo” che racconta la vita attraverso frasi fatte mal tratte dalla Vita Nova e improbabili incontri di boxe (facile metafora), va apprezzata per l’anticonformismo che tenta di avere nell’evidenziare l’importanza di bravi insegnanti, ormai dimenticati nella nostra società…ma finisce per essere un po’ autoreferenziale (D’Avenia fa, appunto, anche il professore di liceo) e cadere nei cliché nel momento in cui l’intepretazione viene affidata al fin troppo bello Luca Argentero: emblema di un prof. che ogni sedicenne sognerebbe di avere.

Insomma per un libro leggibile un film a mala pena sopportabile, con pretese didascaliche ma scarso approfondimento.

Berlinguer: i pensieri lunghi

di Maria Teresa Santaguida

Raccontare Berlinguer mentre la ‘navicella’ della politica italiana sembra arenata in una palude di fango può sembrare inutilmente malinconico: contesti troppo diversi, venti storici di direzioni opposte che sembrano lontane dal presente. Eppure questa narrazione non è affatto anacronistica, perché ciò che viene evidenziato nello spettacolo è proprio lo sguardo continuo al futuro che quell’uomo timido, esile, ma mai debole, aveva. Il contrario insomma di quella palude immobilizzata nel presente di cui leggiamo sui giornali. Colpiscono i numeri: giovanissimo segretario nazionale di una federazione giovanile con quattrocentomila iscritti (cifre oggi irraggiungibili); solo quindici i minuti del suo discorso a Mosca (a fronte delle sei ore di Bresnev che l’aveva preceduto!) per segnare una svolta storica: un PCI che recideva il cordone ombelicale con l’URSS e tentava di governare un paese fondamentalmente cattolico proponendo riforme e non rivoluzioni; decine gli intellettuali convenuti nel gennaio ’77 a Roma per il famoso convegno di futurologia, in cui già Berlinguer cominciò a parlare di austerità ed ecologia. Superare il presente per immaginare il futuro sembra essere il messaggio dello spettacolo: un esercizio oggi quasi velleitario. Contro i nostri orizzonti sempre più corti, contro i quali sbattiamo continuamente il naso
si lanciava il pensiero di un uomo rigoroso ma mai freddo, un uomo a cui le “masse”, in fondo, volevano bene, come testimoniò la folla presente ai suoi funerali.

La recitazione, talvolta claudicante per l’emozione, di Eugenio Allegri contribuisce a rendere l’idea di questo affetto per un sogno e non solo per la persona, per la bellezza della democrazia, più che per un partito solo, per la libertà e per la visione, più che per l’ideologia. Ma questa non è una favola di Fedro e non va cercata necessariamente una morale…o forse sì, perché proprio la questione morale fu uno dei crucci di Berlinguer ed è uno dei grandi problemi irrisolti della nostra Repubblica: la carrellata di volti alla fine dello spettacolo ne è una dimostrazione.