Sorrentino: una grande, ricca, infelicità; poca bellezza.

servilloamaca

Non è omogeneo “La grande bellezza”, e nemmeno facile da metabolizzare. A tutti quelli che sono andati a vederlo ho chiesto un’opinione e tutti mi hanno detto di aver avuto bisogno di tempo per giudicare. Io l’ho visto, due volte, e alla seconda sto ancora pensando. Questo film è sconnesso, scomposto, irrequieto e maleducato. Delle parti tagliate si sente la mancanza, mentre del simbolismo finale – dai fenicotteri alla giraffa – avremmo fatto volentieri a meno…ma…questo film ha un fondo di verità terribile: l’incoerenza. Terribile perché ti sbatte in faccia che la vita, oggi, in un grande città depressa e desolata come Roma, è così: incoerente e spesso senza meta. Muore Roma sotto le vestigia di se stessa, raccontata come una grande meretrice vecchia e stanca, che fa e ha fatto godere sempre tutti, senza mai risparmiarsi e adesso è rimasta sola…strade  vuote, piazze deserte, come mai nella realtà. Mentre nelle case di lusso c’è la “vita”: un party estremo, cocaina a pioggia e sedute di botox con le stesse modalità con cui si fa la coda dal salumiere. Ma quale vita? Gente che non sa più in cosa credere, gente che ha fatto terra bruciata attorno a sé, gente presa da problemi inesistenti e piaghe da decubito nelle amache dorate a bordo piscina. Gente che ai tempi dell’Università dice di aver avuto non ideali, ma almeno idee e che recrimina il proprio finto impegno, fino a quando qualcun altro, più miserabile non è pronto a sbattergli in faccia il suo fallimento e di nuovo la sua incoerenza. Jepp Gambardella (Toni Servillo senza sbavature), protagonista di questa deriva fa questo con l’amica Serena (Galatea Ranzi): le ride in faccia mentre le dice di aver fallito come donna impegnata in politica, come moglie con un marito che tutti sanno essere gay, e come madre per aver affidato le sue figlie alle cure di tate e baby sitter…e mentre distrugge in poche parole la vita di Serena sorseggia uno dei tanti (ma mai troppi da essere ubriaco, come dice in una delle scene finali del film) drink con i quali scandirà la serata. Jepp, un po’ pallone gonfiato, fin dal titolo altisonante del suo primo e unico libro, L’apparato umano (un capolavoro, a detta degli altri), un po’ anima fragile che ha curato la sua sensibilità eccessiva immergendosi nel rumore della festa, fino a volerla governare: «Non volevo solo diventare mondano: volevo essere il re dei mondani. Non volevo partecipare alle feste: volevo avere il potere di farle fallire» una delle frasi cruciali del film pronunciata dalla sua voce fuori campo. Jepp giornalista, Jepp uomo di contatti che l’hanno reso ‘padrone’ di Roma, lui che non fa fatica a farsi aprire uno dei luoghi più magici ed esclusivi della capitale: il giardino degli aranci, sull’Aventino, da cui si vede il ‘cupolone’ talmente vicino che lo puoi toccare. E lui ci porta Ramona, spogliarellista e donna semplice, di quelle che le gioie della vita non le hanno mai nemmeno cercate, figlia di un amico, miserabile possessore dei locali in cui lei stessa lavora: ma è un amore che non sboccia per il terreno arido in cui è nato e per la morte di lei che arriva senza sorprendere mentre ancora sta provando a disintossicarsi. E poi c’è chi come Romano, amico del protagonista, deluso per l’ennesima volta dalla grande città, abortito il suo progetto teatrale, torna al paese, dove la vita è più vera?
Insomma tutto ruota vorticosamente attorno ad un mondo di nani e ballerine – letteralmente, come suggerisce la lunga scena festaiola all’inizio, al ritmo di una trashissima Carrà remixata – un mondo kitsch che della Dolce Vita felliniana non ha proprio nulla, se non le scene girate fra i monumenti dell’Eterna, che sono sempre lì, e forse sono anche peggiorati. Ma il mondo che racconta Sorrentino in questo film è la realtà di oggi vista c0n gli occhi dei parvenu, dei ricchi che hanno rosicchiato la classe dirigente intellettuale e se ne sono prese le poltrone senza sapere come gestirle. Dei ricchi cresciuti a pane e Canale5 e che…ebbene sì…Anche i ricchi piangono, come diceva il titolo di una famosa telenovela di cui probabilmente si sono pasciuti. Ma mancano tutti gli altri, mancano quelli non possono permettersi nemmeno di piangere. Perché l’infelicità, caro Sorrentino, se si continua a raccontarla così, senza approfondimento, senza logica, senza denuncia, ben presto sarà un bene che solo i ricchi possono permettersi, se già così non è. Questa retorica fa male a questo film, quest’unico punto di vista che non cambia le cose, che non prova a capire. Per il resto regia impeccabile e sceneggiatura di assoluto livello, una seconda parte più lenta e meno comprensibile per una prima fin troppo veloce e chiassosa. Ma ci mancano gli altri, ci mancano quelli che i motivi per piangere ce li hanno e non lo fanno, ci mancano quelli che un po’ di quell’infelicità, se avessero i soldi, se la comprerebbero come fa la BCE col nostro debito. Ma non succede: l’infelicità è ormai quasi diventata uno status symbol e onestamente di asciugare sempre e solo le lacrime dei ricchi ci siamo un po’ stufati.

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Serena Grandi, Dorotea Ranzi.
in sala dal 23 maggio 2013

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3 commenti su “Sorrentino: una grande, ricca, infelicità; poca bellezza.

  1. Alessandra ha detto:

    Molto d’accordo…soprattutto sulla seconda parte… anche la figura del protagonista molto poco approfondita.. Piccoli cenni mai analizzati sul serio (dalla sua storia in gioventà di cui non si è mai liberato alla continua presenza di suore e clericali nella sua vita)… Non riesci a inquadrarlo… A me personalmente ha dato l’idea di tante, troppe cose messe assieme, con un simbolismo un pò buttato lì non so se per fare effetto o per qualche altro retromotivo. Lui mi è piaciuto molto, lo reputo bravo… ma non ho trovato molta originalità nel film nè, tantomeno, originalità nel come viene affrontato il tema dell’essere ricchi ma estremamente vuoti. A un certo punto del film pensavo che il nostro Jepp si fosse redento, con il quasi amore per Ramona, e aspirasse a qualcosa di più nella sua vita… ma la scena del funerale e il suo racconto di “come si va in scena” in momenti come questo mi ha fatto capire che era solo una mia speranza più che la realtà del film. La suorina finale, figura molto interessante, ma buttata lì in qualche modo e, a tratti, mi ha anche un pò disturbato…

    Bravissima, recensione davvero bella.

  2. Marco Serra ha detto:

    Personalmente ha annoiato parecchio

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