Pacifismo, americanismo e convergenze parallele

Sul Blog di Elia Nigris, compagno e amico di 02PD, ho letto un’interessante riflessione sulla questione siriana e sulle reazioni che in tutto il mondo si stanno avendo relativamente ad una possibile guerra. Il post, che potete leggere su democraticallyspeaking.wordpress.com è molto ben scritto e motivato, corroborato da conoscenze di politica estera e dinamiche di cui io ho onestamente poca perizia, ma di cui comunque cerco di informarmi leggendo i giornali, seguendo i dibattiti che stanno avvenendo sia su internet sia in molti circoli del PD o anche semplicemente fra le persone.

Proverò però a rispondere su alcuni punti che mi trovano in disaccordo o che quantomeno mi toccano da vicino, poi proverò anche a parlare di quello che mi è piaciuto del pezzo.

Elia spesso fa riferimento con tono ironico e pragmatico ai “pacifisti”, coloro che in varie sedi si stanno dicendo oppositori di una possibile guerra, facendo notare che il mondo purtroppo non è un Simposio Platonico in cui si parla d’amore, ma che i cattivi esistono. Innanzi tutto vorrei ringraziare per questa importante precisazione ed in effetti ne sentivamo il bisogno, poiché vivevamo in un mondo troppo bello e fatato per rendercene conto. Tuttavia questo, che pure bello, non è il migliore dei mondi in assoluto, ma come dissi in un articolo di ormai un anno fa, è il migliore dei mondi possibili o meglio l’unico che ci è stato dato da vivere. E io onestamente preferirei, per quel poco tempo che mi resta (in fondo, anche ad esagerare, genericamente 80 anni non sono molti al confronto con l’eternità) vivere in un mondo il più pacifico possibile. Ora, non mi illudo del fatto che di qui ai prossimi ottant’anni non ci saranno più guerre in assoluto, ma credo che l’umanità abbia compiuto dei progressi tecnologici e sociali tali da potersi permettere di provare molte altre strade prima di raggiungere conflitti armati. Per questo, caro Elia, non sono come te fra quelli che tifavano perché al punto in cui siamo oggi ci si arrivasse già due anni fa. E non lo sono per molte ragioni, molte delle quali sono le stesse che mi hanno portata a digiunare la settimana scorsa per un giorno e pregare affinché il pericolo di una guerra fosse più lontano possibile nel tempo. La prima di queste ragioni è che credo in Obama e credo nell’America. Credo che l’America sia essa stessa, in un mondo multipolare, più disorientata di quanto non lo fosse anche solo un anno fa, quando andai all’ambasciata americana a seguire, esultante, l’election day. Perché le cose oggi girano in modo velocissimo, e anche uno come Obama deve impegnarsi molto a star dietro al vortice degli eventi e delle reazioni che si scatena contemporaneamente da più poli e che su di lui fa perno. Io penso che Obama abbia ritardato quest’intervento per mantenere fede a quella promessa di “finire le guerre e non cominciarle”, ma soprattutto perché è un uomo che non crede nella guerra, che ha ricevuto un Nobel per la pace forse un po’ “a buon rendere”,, ma che sta cercando di conquistarsi poco alla volta, ora per ora. Inoltre non facevo il tifo per la guerra perché avevo studiato un po’ di Islamistica e cultura Araba e purtroppo sapevo quanto la Siria fosse una polveriera: come molti degli stati mediorientali e nordafricani ha confini geopolitici imposti dalle potenze occidentali dopo la Prima Guerra Mondiale, ma che non rispecchiano affatto la conformazione sociale, culturale, religiosa delle persone che ci vivono dentro. Il motivo è il semplice fatto che il concetto di Stato-Nazione è stato importato da loro e un po’ imposto da noi, in un mondo che non lo conosceva e ancora, come si può percepire, fa fatica a recepirlo e farlo proprio secondo i nostri schemi. In tutti i casi lo stato nazione per reggere in quel mondo ha dovuto assumere conformazioni autoritarie. Certo, definirsi di sinistra significa anche e soprattutto auspicare a libertà e democrazia per tutti, ma mi chiedo onestamente quanto essere di sinistra non significhi anche provare a capire la diversità: libertà e democrazia hanno infinite declinazioni, non sono un credo monolitico e la via per esse nel mondo arabo probabilmente avrà delle tortuosità che noi occidentali semplicemente non conosciamo e non capiamo. Non abbiamo capito, forse, o non abbiamo voluto capire già in passato. Le stesse rivoluzioni della primavera non le abbiamo capite e sostenute abbastanza, mentre leader come Ben Ali o lo stesso Assad ci sembravano in fondo un buon compromesso fra il salvare le apparenze e continuare a chiuderci nel nostro riccio fatto di crisi e recessione economica. Ma le apparenze, si sa ingannano, e i siriani, come gli egiziani, come i tunisini, guardano all’occidente come il luogo della libertà, folgorati dal nostro “benessere” e poco a poco cominciano ad interiorizzare quel modello, forse non comprendendolo totalmente, dal canto loro. Nascono le guerre civili e leader filoccidentali cui stringevamo le mani si trasformano in terribili dittatori senza scrupoli, così ci svegliamo dal nostro sonno ovattato di buone intenzioni e sorrisi diplomatici internazionali e decidiamo che bisogna intervenire hic et nunc perché troppi dati sono stati tratti. Il silenzio e l’attesa sono colpevoli quanto l’interventismo e la fretta, specialmente se si tratta di vite umane. Chi dunque, come me, fa il tifo per la pace penso abbia prima di tutto consapevolezza di quello che significa una guerra, un’altra ancora, una guerra che sembra lontana ma non lo è. Penso che abbia paura, perché forse nel ’39 nessuno si aspettava quello che sarebbe successo di lì a 5 anni, eppure è successo. Poi ha coscienza del fatto di non capire, di avere probabilmente sbagliato, come collettività, a ignorare, e quindi prova a convincersi che l’umiltà e la pazienza siano le doti cui fare appello in questo momento.
Dobbiamo aiutare un processo di democratizzazione che sia il più possibile sentito, partecipato, adeguato, personale da parte di questi popoli ancora così diverso da noi, e credo che l’intervento militare non risponda a queste categorie. Almeno un intervento unilaterale.

Nella seconda parte del tuo articolo si accenna alla proposta russa, mi è parso di capire con un certo favore, e così anche a me questa parte del tuo pezzo, e in generale la piega che sta prendendo il fatto a livello internazionale, piace di più e stupisce. Per prima cosa poiché viene dall’autoritaria Russia: chi se lo sarebbe mai aspettato? Proprio Putin, l’imperturbabile temibile uomo delle nevi, probabilmente trova una terza via per evitare il peggio. Ecco, chi guarda al mondo senza preconcetti, senza etichette pure e schiette come “pacifismo” o “americanismo”, forse riesce ancora a farsi stupire piacevolmente da eventi di questo genere: rivelano che il mondo è talmente multipolare che, appunto, da questa quasi-guerra potrebbero nascere rapporti diplomatici migliori fra gli ex due poli e, nella diversità, un dialogo appena più fitto di quanto non lo sia oggi.

La politica non è l’arte di cancellare i problemi, ma quella di limarli, di trovare delle soluzioni che in momenti diversi siano di utilità a trovare un binario per quel treno che pare correre all’impazzata, così come pareva per gli eventi di questa guerra fino a qualche giorno fa. Quello che i pacifisti si augurano è che nella tregua si possa agire per vie diplomatiche e di dialogo anche con gli oppositori del regime, provando a sondare se ci sia una forza da sostenere in grado di scardinare lo status quo. Navighiamo a vista e nella nebbia, ma la luce delle bombe forse sarebbe peggio.

Il problema non è certamente ancora risolto, ma una grande mobilitazione come quella promossa dal Papa, secondo me, va trattata con rispetto e devozione, poiché questo significa che c’è ancora qualcuno che è in grado di parlare alla coscienza delle persone e di smuoverla anche su temi che non siano la rata dell’IMU o il rincaro ortofrutticolo: il desiderio di pace e onestà che pervade l’essere umano che ama la vita e il mondo. Una questione di una bellezza profonda che non può essere derubricata ad un “girotondo” come quelli che faceva Nanni Moretti (con tutto il rispetto per il carissimo Nanni).

Un saluto caloroso e compiaciuto.

Il groviglio dell'”agibilità” politica di Berlusconi e le sorti del governo

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Democratici a Progetto

La condanna di Berlusconi e la (possibile) crisi di governo, ancora una volta appeso alle sorti di un singolo. Cerchiamo di capire i punti essenziali di questo dibattito dando qualche coordinata, in attesa del fatidico 9 settembre.

Per DaP – Democratici a Progetto Stefano Zirulia ricercatore in materie giuridiche all’Università degli Studi di Milano.

berlusconicondanna

Gli interrogativi circa la sorte politica di Silvio Berlusconi a seguito della recente condanna per frode fiscale sono al centro dell’agone politico, e giuridico, di fine estate. Gli avvocati del Cavaliere sono infatti alla ricerca di un salvacondotto legale che garantisca la sua “agibilità politica”: concetto giuridicamente inesistente, frutto di un neologismo coniato dall’entourage del leader del Pdl, con il quale vengono in questi giorni indicati gli obiettivi di impedirne la decadenza da senatore ed al contempogarantirne la candidabilità alle future elezioni. Gli scenari possibili, al momento, sono assai numerosi, e nelle ultime ventiquattro ore il quadro risulta ulteriormente complicato dalle notizie…

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Sindrome da Rientro Terrons

memoriediunavagina

Le ferie sono finite. Sono tornata a Milano e ho impegnato la prima settimana a combattere contro la forsennata Sindrome daRientro che mi ha – come da manuale – assalita.

Mettiamo subito le cose in chiaro: non solo la Sindrome da Rientro esiste, ma ci sono sindromi da rientro e sindromi da rientro. Con tutto il rispetto, tu, che lavori nella tua città e che il rientro significa SOLO tornare in ufficio, ecco tu non hai una minchia a che vedere con noi, che il rientro è una rivoluzione copernico-esistenziale, ogni anno, ogni estate, ogni check in, ogni Ciao-siamo-stati-bene-ci-vediamo-a-Natale.

Tecnicamente la Sindrome da Rientro Terrons è una roba che per capirla devi prendere la peggiore sindrome premestruale, moltiplicarla per la frustrazione di un campionato mondiale di calcio perso ai rigori, elevarlo a un dolore simile a una vescica sul tallone mentre indossi un paio di scarpe nuove, e forse…

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