Berlinguer: i pensieri lunghi

di Maria Teresa Santaguida

Raccontare Berlinguer mentre la ‘navicella’ della politica italiana sembra arenata in una palude di fango può sembrare inutilmente malinconico: contesti troppo diversi, venti storici di direzioni opposte che sembrano lontane dal presente. Eppure questa narrazione non è affatto anacronistica, perché ciò che viene evidenziato nello spettacolo è proprio lo sguardo continuo al futuro che quell’uomo timido, esile, ma mai debole, aveva. Il contrario insomma di quella palude immobilizzata nel presente di cui leggiamo sui giornali. Colpiscono i numeri: giovanissimo segretario nazionale di una federazione giovanile con quattrocentomila iscritti (cifre oggi irraggiungibili); solo quindici i minuti del suo discorso a Mosca (a fronte delle sei ore di Bresnev che l’aveva preceduto!) per segnare una svolta storica: un PCI che recideva il cordone ombelicale con l’URSS e tentava di governare un paese fondamentalmente cattolico proponendo riforme e non rivoluzioni; decine gli intellettuali convenuti nel gennaio ’77 a Roma per il famoso convegno di futurologia, in cui già Berlinguer cominciò a parlare di austerità ed ecologia. Superare il presente per immaginare il futuro sembra essere il messaggio dello spettacolo: un esercizio oggi quasi velleitario. Contro i nostri orizzonti sempre più corti, contro i quali sbattiamo continuamente il naso
si lanciava il pensiero di un uomo rigoroso ma mai freddo, un uomo a cui le “masse”, in fondo, volevano bene, come testimoniò la folla presente ai suoi funerali.

La recitazione, talvolta claudicante per l’emozione, di Eugenio Allegri contribuisce a rendere l’idea di questo affetto per un sogno e non solo per la persona, per la bellezza della democrazia, più che per un partito solo, per la libertà e per la visione, più che per l’ideologia. Ma questa non è una favola di Fedro e non va cercata necessariamente una morale…o forse sì, perché proprio la questione morale fu uno dei crucci di Berlinguer ed è uno dei grandi problemi irrisolti della nostra Repubblica: la carrellata di volti alla fine dello spettacolo ne è una dimostrazione.

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La magia del Teatro

Recensione della Serata del 16 gennaio: 40 anni del Teatro

Maria Teresa Santaguida

Versione 2000 battute

Il Teatro è la magia del quotidiano che diventa eterno. Questo è avvenuto in una sera fredda di Milano, dentro un teatro i cui soli colori e odori trasportano in un tempo che non è più quello reale, ma è quello cadenzato della scena, della parola recitata, del dramma. Indietro nel tempo attraverso 40 sperimentazione il 16 gennaio abbiamo partecipato alla magia perenne del Franco Parenti.

Il gioco di prestigio è avvenuto ancora una volta nelle parole dell’Ambleto di Testori proiettato sullo schermo per togliere il fiato a chi era troppo giovane per vederlo dal vivo e anche a chi non si è stancato di vederlo di nuovo: il gioco di prestigio delle parole di quel lombardo-cimbro misto a latino, spagnolo ed inglese: un grammelot più popolare e vero che è stata la lingua del grande Testori, delle atmosfere rabbiose alla Pasolini e dei drammi dei mezzi uomini incendiati di miseria, che ne sono protagonisti. Misero sembra anche un buffet, bellissimo, alla fine dello spettacolo, fatto di prodotti della terra e servito con la generosità di una cascina di campagna, mentre sopra le nostre teste ballerine leggiadre rappresentano l’acqua, ricordando la primordialità degli elementi.

Ma la grande magia è come sempre nelle parole di Andrée Shammah, anima di questo teatro, animata ella stessa dalla vicinanza di chi Franco l’ha conosciuto e amato e da questo teatro è partito: Moni Ovadia ricorda commosso i suoi primi passi, Giole Dix ironizza sulla paura di compiere i suoi, quando, ancora ragazzo, si sentiva inadatto a fare l’attore. Alessandro Haber confessa di essere se stesso solo sul palcoscenico, e per Filippo Timi, il teatro è l’unica possibilità di parola e di vita vera. In sala c’è Gianrico Tedeschi e Philippe D’averio, che da una balconata racconta poi perché il teatro del Pier Lombardo è sperimentazione, nel senso più profondo del termine. Quel teatro di “soffitta”, che recupera gli oggetti in disuso per farne materia nuova, quasi che chi lo fa, come Andrée, fosse una fata, o una strega in grado di raccontare storie nuove con le vecchie bambole di pezza della nonna. Storie sì, finte sì, però a teatro, per usare le parole di Proietti, tutto è finto, ma niente è falso.

 

Versione 500 caratteri

Il Teatro è la magia del quotidiano che diventa eterno. Questo è avvenuto al Franco Parenti il 16 gennaio: durante la proiezione dell’Ambleto di Testori, dove la lingua artificiale di Testori è diventata lingua del popolo e delle sue miserie; durante il buffet fatto di minestre, pane e patate, come la tavola delle vecchie cascine di campagna; durante le testimonianze degli artisti che hanno festeggiato questi quarant’anni raccontando la loro vita quotidiana la cui essenza è il teatro stesso. Andrée Shammah assieme ai vecchi amici, Moni Ovadia, Alessandro Haber, Gianrico Tedeschi, Philippe D’Averio, e ai nuovi, Filippo Timi e Gioele Dix, ha raccontato emozionata la magia di una vita dedicata al palcoscenico. Una magia che avrà futuro grazie alla sua visione, un gioco di prestigio che rende ancora possibile il grande mistero per il quale si può vivere di teatro e vivere il teatro, dove, per dirla come Proietti, “tutto è finto, ma niente è falso”.

Una notte in Tunisia

È una cronaca teatrale quella messa in scena da Andrée Ruth Shammah dal testo di Vitaliano Trevisan, sugli ultimi giorni di Craxi. L’elemento di cronaca più originale, sta in Cecchin, l’inserviente fedele, ex portinaio di notte dell’Hotel Raphael, quasi robotico, mentre legge le didascalie del testo, contribuendo ad un’operazione teatrale formidabile: “l’abbattimento della quinta parete”, quella del racconto e del copione, in cui, gli spettatori sono invitati ad entrare, così, con una lettura che avviene attraverso l’ascolto. La cronaca è nella veridicità della recitazione di Haber, perfetto nei panni di un Mister X, in cui chiunque, nonostante il tentato anonimato, riconoscerebbe il leader del PSI. Teatro e cronaca si mescolano nella nevrosi che si irradia dal lungo monologo al centro della scena, cronologicamente e spazialmente: è lì che sembra svelarsi ogni segreto della mente, e i nomi che il protagonista non esita a pronunciare: lì si riconoscono le prefigurazioni di uomini che avrebbero attraversato la seconda repubblica per approdare oggi alla terza. Non veri politici, secondo lui, solo maschere da commedia dell’arte: un j’accuse che si riassume in una frase agghiacciante «non esiste sudditanza, ma solo connivenza».

«Ho dato soldi a tutti» ripete nervosamente Mister X, perché «la politica costa cara». Un’analisi lucida, cinica ma vera, forse, se non fosse per bocca di un uomo che al cinismo della politica sa di aver contribuito più di altri. E che non si arrende. Quello sulla scena è infatti una «testa politica» fine, perfettamente consapevole del male che abita in sé, quello morale che conosce, e quello fisico, che i familiari vogliono nascondergli, eppure ansiosa di estendere questo male interiore alla società intera, al suo paese…così lontano e così vicino, proiettato in un quadro sul telo in fondo alla scena. L’anima è visibilmente imprigionata ancora in ragionamenti d’interesse, ma lo spettacolo comincia proprio quando Mister x pronuncia la parola libertà: «la mia libertà equivale alla mia vita», dice, quella libertà che «gli Italiani non amano perché si mettono sempre dalla parte del potere». Mentre tutto «macera» nella calda Tunisia, macera anche la sua anima, ma l’uomo non si arrende, non torna. Preferisce scrivere diari, fermo sulla sua scrivania scarsamente illuminata: scritti come si parlasse di un carcinoma in metastasi, ma dove invece sono raccontati vent’anni di repubblica. In quel macerare però c’è anche la perfetta e terribile previsione della decadenza imminente di un paese. Il riferimento finale alle monete sugli occhi, gli oboli che gli antichi greci ponevano sulle salme perché pagassero il traghettatore Caronte, non possono che far pensare al lancio delle monete durante i funerali tunisini di Bettino, sui politici che vi parteciparono. Accusati d’essere traghettatori d’altro genere, forse, in questo visionario e non banale finale.

In scena al Teatro gli ultimi giorni di Craxi, per farci riflettere su anni della nostra storia recente ancora poco noti, forse «gli anni più oscuri della storia della storia della Repubblica». Un Haber a suo agio, mai eccessivo, tanto somigliante al vero leader del PSI. Rappresentato come un uomo nevrotico e antipatico, affetto da un cancro, anche se non lo sa, mentre vede metastasi morale attorno a sé. Una «testa politica» fine, che sull’orlo del tramonto presenta la “sua versione” dei fatti: un’ Italia in cui non esiste libertà, eguaglianza «non esiste sudditanza, ma solo connivenza». Una Terza Repubblica all’orizzonte, rappresentata come una spiaggia sullo sfondo della scena, per la quale il protagonista vede solo mestieranti, e nessun miraggio di rinascita.

Del tormento e del pianto

donnA ALLA FINESTRA

Distensione dei nervi e alienazione dalle proprie ossessioni, sonno, quiete, piacere, viaggi con la mente dove la forza di gravità è meno pesante. Dovere e tenacia, analisi, sintesi, interpretazione. Da leggersi in ordine casuale inverso.

Non ho fumato marijuana e neanche ho fatto un’esperienza mistica. Ho trovato una ragione, però. Un ragione a quel che faccio, che ho fatto, e che probabilmente, a questo punto, farò.

I miei libri, le mie ricerche su questioni minuscole e forse inutili. Sento il tempo che si ferma e basta solo chiudersi dietro una porta, accendere una luce soffusa, aprire un libro in mezzo ad altri libri intorno. La sedia non sarà comoda e quel banco mi sfilaccerà la maglia. Ma c’è pace in quella ricerca, e c’è pace in quella scoperta. C’è un ordine che si ricostruisce e che appena fuori, nelle altre situazioni, nella vita relazionale non trova posto.

Ho deviato, cercando lo stupore, e invece ho perso la pace che mi stava davanti e dentro in quei momenti. Bisognerebbe vivere due volte, per capire il perché dei giorni che passano, e vanno avanti e non indietro, e deviano e deragliano.

Il pianto e la certezza del non abbastanza perimetravano e comprimevano il momento breve e non distratto di quella pace tutta mia. E’  l’ansia del risultato la paura, ma forse è questo che bisogna lasciar cadere, forse questo, ora ha meno importanza.

Ho dipinto per anni, con la stessa sintesi: calma e concentrazione, senza paura del risultato. Ma non capivo. Non capivo che il palliativo ad un piccolo tormento era lì, in quel metodo dell’otium o che doveva diventare metodo del negotium. Non capivo che Adriano, Marco Aurelio, Leonida e Pericle, Cicerone e Saffo, stavano combattendo, parlando, componendo per me. Perché io vedessi chiaro, duemila anni dopo, che in quel tempo che si era fermato c’era un pezzo di pace ad attendermi.

Piccoli passi sulla costruzione retroattiva di una ragione ad ogni occhio aperto al mattino, e ad ogni notte di studio e rabbia.

Questo risultato non è misurabile da altri, è inferiore a molti altri, ma è solo mio. Averlo trovato adesso è quasi un miracolo.

Dubita che la verità sia vera ma non dubitare del mio amore.

ImageRicerca della verità, vendetta, paura, impediscono l’amore con Ofelia. In fondo è un amore irrisolto che contrasta col progetto della vendetta di Stato. Che cos’è l’Amleto se non una nuova tragedia greca in cui è la nemesi a doversi compiere muovendo ogni cosa? Tutto è stravolto, la madre è la “donna sciagurata” anche se il suo peccato non è mai veramente chiarito, e il motivo della vita ha assunto l’aspetto dello spettro del padre che chiede nuovo sangue. Rimane l’amicizia per Orazio, gratuità scevra dalla finzione cui Amleto si trova costretto. Perché “c’è da rimettere in sesto il mondo” ed in questa ricerca dell’ordine, in cui l’uomo e il personaggio si struggono e trovano consapevolezza, la domanda resta aperta: Essere o non essere?

Lupi e Agnelli

Recensione

Lupi e Agnelli di Diego Giordano

 

Nessun posto è troppo lontano, troppo anonimo, troppo piccolo o insignificante per il male. Nessun commissario o psicologo di provincia è così tanto provinciale da non poter aspirare a indagare su delitti inenarrabili. Nessun curato di campagna può starsene così tranquillo e pensare di essere immune da certe confessioni inconfessabili, talmente grandi da riempire le mura di una chiesetta di paese a Briatico e sconfinare sino alle alte colonne dei palazzi del Vaticano.

Perché il male, quando aspira ad essere “puro” non guarda la carta d’identità, lo stato sociale, la provenienza, i segni particolari: si serve di ogni “sanpietrino” che c’è sul selciato pur di compiersi nel modo più perfetto.

Ma, come si sa, e come i migliori gialli della nostra storia letteraria e anche giudiziaria ci hanno insegnato, il delitto perfetto non esiste, neanche dietro ad un’organizzazione pedofila che ha ramificazioni in tutto il mondo; ci sarà sempre un “bene” o un “male” (dipende dai punti di vista, come recita la quarta di copertina) maggiore in grado di sgominarla, farla fuori, o sostituirla…più o meno egregiamente.

La storia di Lupi e Agnelli ha sullo sfondo un male di questo tipo, una storia incredibile mista fra pedofilia e corruzione, pensata per posti e gente incredibili nel loro contesto. Il romanzo è ambientato fra Vibo e Briatico, fra il Palazzo del Comune di Vibo e la piccola Chiesa di San Nicola a Briatico, fra la Rocchetta e il porticciolo, le trattorie di provincia e il Servizio di Assistenza Sociale della città ma ha implicazioni in tutto il mondo, dal Vaticano alle missioni dei padri Comboniani.

Il protagonista (il secondo, direi, poiché il primo è il male “relativo” che aleggia dalla prima all’ultima riga) è un commissario dotato di un intuito straordinario, Danderani; poi ci sono i suoi collaboratori che vengono da ogni parte d’Italia, alcuni allevati come figli, per esempio il suo vice Stefano De Angelis, seguiranno le orme del padre putativo, cogliendone i frutti proprio nell’indagine sull’organizzazione pedofila, altri invece saranno meno riusciti, perché non sempre si riesce ad educare i figli a propria immagine e somiglianza.

Un giallo che più giallo non si può (bella anche la copertina, gialla anch’essa, per non sbagliare), che tiene attaccati alle pagine fino all’ultima riga; un romanzo in cui ci sono tanti nomi, tante figure, tante professioni da perdere quasi il conto; il cui inizio è in salita, il corpo centrale disorienta e sul finale ha il suo punto di massima tensione precipitando verso una conclusione inaspettata e insospettata. Un finale che volutamente non elimina quel senso di disorientamento, quella relatività in cui neanche la teologia cristiana e francescana si salvano veramente.

Non ultima una nota di merito: un giallo puro ambientato in una terra di mafia in cui però non si parla di mafia, anche questo inaspettatamente: un taglio letterario insolito e fuori dagli schemi, finalmente fuori dai cliché del provincialismo italiano e meridionale, messo in discussione anch’esso.

Intuito perfetto e sapienza di costruzione per un autore che di professione fa l’avvocato dello Stato, e che ha scelto Briatico e Vibo come luoghi privilegiati per le sue vacanze, dove venire a scrivere, dove saper leggere una realtà complessa come quella di questi luoghi in un modo diverso, dove raccontare personaggi con nomi e cognomi letti e riletti su insegne pubbilicitarie della zona o fra i calabresi incontrati in tante estati passate qui per farli diventare improvvisamente protagonisti.

Va letto anche per questo Lupi e Agnelli, perché non è il solito romanzo commerciale con una copertina ammiccante, è un libro vero, in cui seguire indagini effettuate con i metodi tradizionali: intuito, apertura mentale e oggettività, le stesse doti richieste al lettore per seguirlo.

 

Maria Teresa Santaguida

Solo Tu non mi fai sentire sola

Per me scrivere è disprezzarmi

Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come la droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe colte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri nei trovati vicino alle tombe […], lunghe foglie di alberi osceni che agitano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima.
Sì, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare.
[F. P.]