Pacifismo, americanismo e convergenze parallele

Sul Blog di Elia Nigris, compagno e amico di 02PD, ho letto un’interessante riflessione sulla questione siriana e sulle reazioni che in tutto il mondo si stanno avendo relativamente ad una possibile guerra. Il post, che potete leggere su democraticallyspeaking.wordpress.com è molto ben scritto e motivato, corroborato da conoscenze di politica estera e dinamiche di cui io ho onestamente poca perizia, ma di cui comunque cerco di informarmi leggendo i giornali, seguendo i dibattiti che stanno avvenendo sia su internet sia in molti circoli del PD o anche semplicemente fra le persone.

Proverò però a rispondere su alcuni punti che mi trovano in disaccordo o che quantomeno mi toccano da vicino, poi proverò anche a parlare di quello che mi è piaciuto del pezzo.

Elia spesso fa riferimento con tono ironico e pragmatico ai “pacifisti”, coloro che in varie sedi si stanno dicendo oppositori di una possibile guerra, facendo notare che il mondo purtroppo non è un Simposio Platonico in cui si parla d’amore, ma che i cattivi esistono. Innanzi tutto vorrei ringraziare per questa importante precisazione ed in effetti ne sentivamo il bisogno, poiché vivevamo in un mondo troppo bello e fatato per rendercene conto. Tuttavia questo, che pure bello, non è il migliore dei mondi in assoluto, ma come dissi in un articolo di ormai un anno fa, è il migliore dei mondi possibili o meglio l’unico che ci è stato dato da vivere. E io onestamente preferirei, per quel poco tempo che mi resta (in fondo, anche ad esagerare, genericamente 80 anni non sono molti al confronto con l’eternità) vivere in un mondo il più pacifico possibile. Ora, non mi illudo del fatto che di qui ai prossimi ottant’anni non ci saranno più guerre in assoluto, ma credo che l’umanità abbia compiuto dei progressi tecnologici e sociali tali da potersi permettere di provare molte altre strade prima di raggiungere conflitti armati. Per questo, caro Elia, non sono come te fra quelli che tifavano perché al punto in cui siamo oggi ci si arrivasse già due anni fa. E non lo sono per molte ragioni, molte delle quali sono le stesse che mi hanno portata a digiunare la settimana scorsa per un giorno e pregare affinché il pericolo di una guerra fosse più lontano possibile nel tempo. La prima di queste ragioni è che credo in Obama e credo nell’America. Credo che l’America sia essa stessa, in un mondo multipolare, più disorientata di quanto non lo fosse anche solo un anno fa, quando andai all’ambasciata americana a seguire, esultante, l’election day. Perché le cose oggi girano in modo velocissimo, e anche uno come Obama deve impegnarsi molto a star dietro al vortice degli eventi e delle reazioni che si scatena contemporaneamente da più poli e che su di lui fa perno. Io penso che Obama abbia ritardato quest’intervento per mantenere fede a quella promessa di “finire le guerre e non cominciarle”, ma soprattutto perché è un uomo che non crede nella guerra, che ha ricevuto un Nobel per la pace forse un po’ “a buon rendere”,, ma che sta cercando di conquistarsi poco alla volta, ora per ora. Inoltre non facevo il tifo per la guerra perché avevo studiato un po’ di Islamistica e cultura Araba e purtroppo sapevo quanto la Siria fosse una polveriera: come molti degli stati mediorientali e nordafricani ha confini geopolitici imposti dalle potenze occidentali dopo la Prima Guerra Mondiale, ma che non rispecchiano affatto la conformazione sociale, culturale, religiosa delle persone che ci vivono dentro. Il motivo è il semplice fatto che il concetto di Stato-Nazione è stato importato da loro e un po’ imposto da noi, in un mondo che non lo conosceva e ancora, come si può percepire, fa fatica a recepirlo e farlo proprio secondo i nostri schemi. In tutti i casi lo stato nazione per reggere in quel mondo ha dovuto assumere conformazioni autoritarie. Certo, definirsi di sinistra significa anche e soprattutto auspicare a libertà e democrazia per tutti, ma mi chiedo onestamente quanto essere di sinistra non significhi anche provare a capire la diversità: libertà e democrazia hanno infinite declinazioni, non sono un credo monolitico e la via per esse nel mondo arabo probabilmente avrà delle tortuosità che noi occidentali semplicemente non conosciamo e non capiamo. Non abbiamo capito, forse, o non abbiamo voluto capire già in passato. Le stesse rivoluzioni della primavera non le abbiamo capite e sostenute abbastanza, mentre leader come Ben Ali o lo stesso Assad ci sembravano in fondo un buon compromesso fra il salvare le apparenze e continuare a chiuderci nel nostro riccio fatto di crisi e recessione economica. Ma le apparenze, si sa ingannano, e i siriani, come gli egiziani, come i tunisini, guardano all’occidente come il luogo della libertà, folgorati dal nostro “benessere” e poco a poco cominciano ad interiorizzare quel modello, forse non comprendendolo totalmente, dal canto loro. Nascono le guerre civili e leader filoccidentali cui stringevamo le mani si trasformano in terribili dittatori senza scrupoli, così ci svegliamo dal nostro sonno ovattato di buone intenzioni e sorrisi diplomatici internazionali e decidiamo che bisogna intervenire hic et nunc perché troppi dati sono stati tratti. Il silenzio e l’attesa sono colpevoli quanto l’interventismo e la fretta, specialmente se si tratta di vite umane. Chi dunque, come me, fa il tifo per la pace penso abbia prima di tutto consapevolezza di quello che significa una guerra, un’altra ancora, una guerra che sembra lontana ma non lo è. Penso che abbia paura, perché forse nel ’39 nessuno si aspettava quello che sarebbe successo di lì a 5 anni, eppure è successo. Poi ha coscienza del fatto di non capire, di avere probabilmente sbagliato, come collettività, a ignorare, e quindi prova a convincersi che l’umiltà e la pazienza siano le doti cui fare appello in questo momento.
Dobbiamo aiutare un processo di democratizzazione che sia il più possibile sentito, partecipato, adeguato, personale da parte di questi popoli ancora così diverso da noi, e credo che l’intervento militare non risponda a queste categorie. Almeno un intervento unilaterale.

Nella seconda parte del tuo articolo si accenna alla proposta russa, mi è parso di capire con un certo favore, e così anche a me questa parte del tuo pezzo, e in generale la piega che sta prendendo il fatto a livello internazionale, piace di più e stupisce. Per prima cosa poiché viene dall’autoritaria Russia: chi se lo sarebbe mai aspettato? Proprio Putin, l’imperturbabile temibile uomo delle nevi, probabilmente trova una terza via per evitare il peggio. Ecco, chi guarda al mondo senza preconcetti, senza etichette pure e schiette come “pacifismo” o “americanismo”, forse riesce ancora a farsi stupire piacevolmente da eventi di questo genere: rivelano che il mondo è talmente multipolare che, appunto, da questa quasi-guerra potrebbero nascere rapporti diplomatici migliori fra gli ex due poli e, nella diversità, un dialogo appena più fitto di quanto non lo sia oggi.

La politica non è l’arte di cancellare i problemi, ma quella di limarli, di trovare delle soluzioni che in momenti diversi siano di utilità a trovare un binario per quel treno che pare correre all’impazzata, così come pareva per gli eventi di questa guerra fino a qualche giorno fa. Quello che i pacifisti si augurano è che nella tregua si possa agire per vie diplomatiche e di dialogo anche con gli oppositori del regime, provando a sondare se ci sia una forza da sostenere in grado di scardinare lo status quo. Navighiamo a vista e nella nebbia, ma la luce delle bombe forse sarebbe peggio.

Il problema non è certamente ancora risolto, ma una grande mobilitazione come quella promossa dal Papa, secondo me, va trattata con rispetto e devozione, poiché questo significa che c’è ancora qualcuno che è in grado di parlare alla coscienza delle persone e di smuoverla anche su temi che non siano la rata dell’IMU o il rincaro ortofrutticolo: il desiderio di pace e onestà che pervade l’essere umano che ama la vita e il mondo. Una questione di una bellezza profonda che non può essere derubricata ad un “girotondo” come quelli che faceva Nanni Moretti (con tutto il rispetto per il carissimo Nanni).

Un saluto caloroso e compiaciuto.

Sorrentino: una grande, ricca, infelicità; poca bellezza.

servilloamaca

Non è omogeneo “La grande bellezza”, e nemmeno facile da metabolizzare. A tutti quelli che sono andati a vederlo ho chiesto un’opinione e tutti mi hanno detto di aver avuto bisogno di tempo per giudicare. Io l’ho visto, due volte, e alla seconda sto ancora pensando. Questo film è sconnesso, scomposto, irrequieto e maleducato. Delle parti tagliate si sente la mancanza, mentre del simbolismo finale – dai fenicotteri alla giraffa – avremmo fatto volentieri a meno…ma…questo film ha un fondo di verità terribile: l’incoerenza. Terribile perché ti sbatte in faccia che la vita, oggi, in un grande città depressa e desolata come Roma, è così: incoerente e spesso senza meta. Muore Roma sotto le vestigia di se stessa, raccontata come una grande meretrice vecchia e stanca, che fa e ha fatto godere sempre tutti, senza mai risparmiarsi e adesso è rimasta sola…strade  vuote, piazze deserte, come mai nella realtà. Mentre nelle case di lusso c’è la “vita”: un party estremo, cocaina a pioggia e sedute di botox con le stesse modalità con cui si fa la coda dal salumiere. Ma quale vita? Gente che non sa più in cosa credere, gente che ha fatto terra bruciata attorno a sé, gente presa da problemi inesistenti e piaghe da decubito nelle amache dorate a bordo piscina. Gente che ai tempi dell’Università dice di aver avuto non ideali, ma almeno idee e che recrimina il proprio finto impegno, fino a quando qualcun altro, più miserabile non è pronto a sbattergli in faccia il suo fallimento e di nuovo la sua incoerenza. Jepp Gambardella (Toni Servillo senza sbavature), protagonista di questa deriva fa questo con l’amica Serena (Galatea Ranzi): le ride in faccia mentre le dice di aver fallito come donna impegnata in politica, come moglie con un marito che tutti sanno essere gay, e come madre per aver affidato le sue figlie alle cure di tate e baby sitter…e mentre distrugge in poche parole la vita di Serena sorseggia uno dei tanti (ma mai troppi da essere ubriaco, come dice in una delle scene finali del film) drink con i quali scandirà la serata. Jepp, un po’ pallone gonfiato, fin dal titolo altisonante del suo primo e unico libro, L’apparato umano (un capolavoro, a detta degli altri), un po’ anima fragile che ha curato la sua sensibilità eccessiva immergendosi nel rumore della festa, fino a volerla governare: «Non volevo solo diventare mondano: volevo essere il re dei mondani. Non volevo partecipare alle feste: volevo avere il potere di farle fallire» una delle frasi cruciali del film pronunciata dalla sua voce fuori campo. Jepp giornalista, Jepp uomo di contatti che l’hanno reso ‘padrone’ di Roma, lui che non fa fatica a farsi aprire uno dei luoghi più magici ed esclusivi della capitale: il giardino degli aranci, sull’Aventino, da cui si vede il ‘cupolone’ talmente vicino che lo puoi toccare. E lui ci porta Ramona, spogliarellista e donna semplice, di quelle che le gioie della vita non le hanno mai nemmeno cercate, figlia di un amico, miserabile possessore dei locali in cui lei stessa lavora: ma è un amore che non sboccia per il terreno arido in cui è nato e per la morte di lei che arriva senza sorprendere mentre ancora sta provando a disintossicarsi. E poi c’è chi come Romano, amico del protagonista, deluso per l’ennesima volta dalla grande città, abortito il suo progetto teatrale, torna al paese, dove la vita è più vera?
Insomma tutto ruota vorticosamente attorno ad un mondo di nani e ballerine – letteralmente, come suggerisce la lunga scena festaiola all’inizio, al ritmo di una trashissima Carrà remixata – un mondo kitsch che della Dolce Vita felliniana non ha proprio nulla, se non le scene girate fra i monumenti dell’Eterna, che sono sempre lì, e forse sono anche peggiorati. Ma il mondo che racconta Sorrentino in questo film è la realtà di oggi vista c0n gli occhi dei parvenu, dei ricchi che hanno rosicchiato la classe dirigente intellettuale e se ne sono prese le poltrone senza sapere come gestirle. Dei ricchi cresciuti a pane e Canale5 e che…ebbene sì…Anche i ricchi piangono, come diceva il titolo di una famosa telenovela di cui probabilmente si sono pasciuti. Ma mancano tutti gli altri, mancano quelli non possono permettersi nemmeno di piangere. Perché l’infelicità, caro Sorrentino, se si continua a raccontarla così, senza approfondimento, senza logica, senza denuncia, ben presto sarà un bene che solo i ricchi possono permettersi, se già così non è. Questa retorica fa male a questo film, quest’unico punto di vista che non cambia le cose, che non prova a capire. Per il resto regia impeccabile e sceneggiatura di assoluto livello, una seconda parte più lenta e meno comprensibile per una prima fin troppo veloce e chiassosa. Ma ci mancano gli altri, ci mancano quelli che i motivi per piangere ce li hanno e non lo fanno, ci mancano quelli che un po’ di quell’infelicità, se avessero i soldi, se la comprerebbero come fa la BCE col nostro debito. Ma non succede: l’infelicità è ormai quasi diventata uno status symbol e onestamente di asciugare sempre e solo le lacrime dei ricchi ci siamo un po’ stufati.

La grande bellezza
di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Serena Grandi, Dorotea Ranzi.
in sala dal 23 maggio 2013

Sta per piovere…mentre Kyenge si batte per lo ius soli.

STA_PER_PIOVERE_new_Gdi Maria Teresa Santaguida

Cécile Kyenge nuovo ministro per l’Integrazione, medico congolese e attivista di diritti umani, cerca di far passare un concetto banale: chi è nato in Italia è italiano. Lo stesso obiettivo di questo film, “Sta per piovere”, in uscita il 9 maggio, cioè oggi, neanche a farlo apposta. Attore protagonista italiano, Lorenzo Baglioni, nella parte di un ragazzo di origini algerine, Said Mahran, ma nato in Italia e…“dé”, livornese Doc; regista di padre iraqeno e madre italiana e fiorentino fin dalla nascita. Già il cast insomma è tutto un programma se è un italiano a fare la parte di uno straniero e se un regista di “seconda generazione” si definisce, giustamente, assolutamente italiano. Sembra dire che questi confini, queste definizioni che ci diamo per sentirci sicuri, algerino, italiano, iraqeno, livornese, fiorentino…in realtà dicono poco delle persone. Infatti Said è un ragazzo ambizioso, sicuro di sé, motivato e determinato a dimostrare quanto è in gamba: studia Legge all’università e fa il panettiere part-time per mantenersi. Una storia un po’ italiana e un po’ da migrante, ché gli italiani, pure, migranti lo sono sempre stati. Said si colora la faccia di bianco, di rosso e di verde, nell’ordine giusto, quello della bandiera (che molti di noi hanno pure dimenticato) e canta l’inno alle partite della nazionale (che alle scuole elementari le maestre hanno fatto una fatica ad insegnarci anche solo la prima strofa!). Said va avanti, inconsapevole, scontato il suo essere italiano…finché non si sente letteralmente rimbalzare: ingiunzione di espulsione, ritorno in Algeria. Ma espulsione da cosa, da chi? Da un paese che è il tuo per andare in uno in cui non sei mai stato? Il ragazzo reagisce: stampa, magistrati, burocrazia e scopre l’assurdità di una legge retrograda; si trova a riconsiderare la sua identità – riflettendo su un dilemma profondo: rimanere in Italia clandestinamente o partire per l’Algeria con la sua famiglia, aiutandola a ricostruirsi una vita nel paese che ha lasciato trent’anni fa? Al ministro Kyenge, che ha aperto il suo ufficio pronunciando due semplici parole latine, ius soli, sono arrivate raffiche di insulti razzisti e certamente qualche “ingiunzione di espulsione” (eufemismo) come quella arrivata a Said, forse non ufficiale ma certamente non meno perentoria “Kyenge Torna in Congo!” intima Forza Nuova: sospetto, arroganza, alterigia di un’identità di cui qualcuno va persino orgoglioso senza nemmeno essersi mai posto la domanda su cosa significa essere italiani, su quanto lo si è e perché. Quella domanda a cui Said è stato costretto con la forza, e a cui forse ha un risposta più sicura di quella che darebbero molti di noi. La battaglia del ministro Kyenge è prima di tutto una battaglia di civiltà e di progresso. E’ una battaglia di fiducia nel futuro, quella che quest’Italia e quest’Europa hanno perso da ormai troppo tempo arroccandosi sulle loro certezze secolari. Ché andando indietro di solo qualche secolo in più qui, in quest’Italia debole e maltrattata, la legislazione era quasi “americana”, progressista: Roma fece della concessione della cittadinanza attiva il perno della sua forza e della longevità dell’Impero. Una storia che ha cambiato il mondo, che ha stilato il confine vero fra oriente e occidente mai più superato nemmeno in questo mondo globalizzato, ma sul quale anzi abbiamo costruito barricate insormontabili velate di un cinico ed interessato ecumenismo. Il periodo d’oro dell’impero, quello di Traiano e Adriano fu retto da non romani, da stranieri cittadini romani, che amarono e resero grande Roma quanto e più dei romani stessi. Le battaglie di una forza progressista e riformista oggi sono soprattutto queste e non possono essere temperate da vie di mezzo, attenuazioni, concessioni al conservatorismo cieco. Il dovere culturale di sostenere battaglie come questa passa anche dall’informazione, passa anche dall’andare a vedere un film come “Sta per piovere”, stasera al cinema, con il nostro secchio di pop-corn e la nostra coca cola americanissime fra le mani, magari aspirando ogni tanto ad essere un po’ meno italiani e un po’ più americani, algerini, iraqeni anche noi.

http://www.staperpiovere.com/la-storia-2/

http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=12176&url_target=http%3A//www.cinematografo.it/cinematografo_new/s2magazine/moduli/VIDEOGALLERY/index.jsp%3Fitem_selected%3D0_00025213

Miele – Determinazione e autodeterminazione

di Maria Teresa Santaguida

miele

Comincia piano il viaggio nella vita di Miele, sottovoce, forse anche lentamente. Ma poi raggiunge un senso compiuto in un rapporto casuale e poi sempre più cercato con l’Ingegner Grimaldi. Quando questo rapporto finisce, anche il film finisce. E ancora una volta non è veramente la protagonista a decidere quando e come.

Miele è il “nome di servizio” di Irene, ragazza giovane, leggiadra, istintiva…con un mestiere particolare: aiutare i malati terminali a morire dolcemente. E il nome che ha scelto di utilizzare non è un caso. Per lei questo è un lavoro e niente di più, non è una missione, non è un credo, nemmeno, forse, una vera determinazione. La domanda sul perché una ragazza normale che dovrebbe andare all’università, come fa credere ai genitori, o uscire con gli amici decida di fare qualcosa di così anomalo rimane assente nel film, vaga nella testa dello spettatore, restando però senza risposta. Appena accennata la spiegazione psicanalitica sulla protagonista, gioco veramente troppo facile. Infatti non si può dire che questo sia un film didascalico, certo. Non si può affermare che con quest’opera prima la Golino abbia voluto affrontare un tema così delicato con aria saccente. Molto rimane di inevaso fino alla fine. Il film è asciutto, concreto, magro…come la figura longilinea della sua protagonista.

Il nodo è però in un’altra domanda che arriva quasi a metà pellicola, quando Miele, di ritorno da uno dei suoi viaggi in Messico (finzione scenica forse un po’ forzata) per comprare il barbiturico letale, viene ingaggiata dall’Ingegner Grimaldi. Gli vende il suo farmaco senza chiedere, ormai presa dalla sua prassi, e poi scopre che l’uomo non è affetto da un male  incurabile, e che anzi, per sua stessa ammissione “è sano come un pesce”. Il suo è male di vivere, per questo le ha chiesto di farlo morire. La coscienza della ragazza è smossa, lei si sente braccata a sua volta: fra un male fisico e uno interiore vi è forse una differenza in dignità o gravità? Che cosa sta veramente facendo e perché?

Il solo porsi la questione basta a Miele per decidere finalmente qualcosa per sé, per autodeterminarsi…come ha deciso di fare Grimaldi.

La regia non è mai ripetitiva e non scade mai nella tentazione di essere autoriale, sgradevole per un’opera prima. La prova di Jasmin Trinca, protagonista, risulta fine e senza sbavature. Il film non annoia e non insegna, nonostante la tentazione della tematica, e prende parte senza ostentare. Ciò che viene fuori è un piccolo inno alla coscienza e all’autodeterminazione: dal momento in cui le scelte di vita dei protagonisti sono chiare, tutto diventa più semplice, ma non per questo meno doloroso. E anche la vita di Irene assume un contorno più definito.

Matura anche la sceneggiatura, solo in pochi casi scontata, e sempre in linea con le riprese. Forse un primo tentativo di parlare del dolore e della morte in modo vero, moderno, disincantato, un tentativo che merita certamente un approfondimento.

Miele – di Valeria Golino

In sala dal 1° maggio 2013

Una notte in Tunisia

È una cronaca teatrale quella messa in scena da Andrée Ruth Shammah dal testo di Vitaliano Trevisan, sugli ultimi giorni di Craxi. L’elemento di cronaca più originale, sta in Cecchin, l’inserviente fedele, ex portinaio di notte dell’Hotel Raphael, quasi robotico, mentre legge le didascalie del testo, contribuendo ad un’operazione teatrale formidabile: “l’abbattimento della quinta parete”, quella del racconto e del copione, in cui, gli spettatori sono invitati ad entrare, così, con una lettura che avviene attraverso l’ascolto. La cronaca è nella veridicità della recitazione di Haber, perfetto nei panni di un Mister X, in cui chiunque, nonostante il tentato anonimato, riconoscerebbe il leader del PSI. Teatro e cronaca si mescolano nella nevrosi che si irradia dal lungo monologo al centro della scena, cronologicamente e spazialmente: è lì che sembra svelarsi ogni segreto della mente, e i nomi che il protagonista non esita a pronunciare: lì si riconoscono le prefigurazioni di uomini che avrebbero attraversato la seconda repubblica per approdare oggi alla terza. Non veri politici, secondo lui, solo maschere da commedia dell’arte: un j’accuse che si riassume in una frase agghiacciante «non esiste sudditanza, ma solo connivenza».

«Ho dato soldi a tutti» ripete nervosamente Mister X, perché «la politica costa cara». Un’analisi lucida, cinica ma vera, forse, se non fosse per bocca di un uomo che al cinismo della politica sa di aver contribuito più di altri. E che non si arrende. Quello sulla scena è infatti una «testa politica» fine, perfettamente consapevole del male che abita in sé, quello morale che conosce, e quello fisico, che i familiari vogliono nascondergli, eppure ansiosa di estendere questo male interiore alla società intera, al suo paese…così lontano e così vicino, proiettato in un quadro sul telo in fondo alla scena. L’anima è visibilmente imprigionata ancora in ragionamenti d’interesse, ma lo spettacolo comincia proprio quando Mister x pronuncia la parola libertà: «la mia libertà equivale alla mia vita», dice, quella libertà che «gli Italiani non amano perché si mettono sempre dalla parte del potere». Mentre tutto «macera» nella calda Tunisia, macera anche la sua anima, ma l’uomo non si arrende, non torna. Preferisce scrivere diari, fermo sulla sua scrivania scarsamente illuminata: scritti come si parlasse di un carcinoma in metastasi, ma dove invece sono raccontati vent’anni di repubblica. In quel macerare però c’è anche la perfetta e terribile previsione della decadenza imminente di un paese. Il riferimento finale alle monete sugli occhi, gli oboli che gli antichi greci ponevano sulle salme perché pagassero il traghettatore Caronte, non possono che far pensare al lancio delle monete durante i funerali tunisini di Bettino, sui politici che vi parteciparono. Accusati d’essere traghettatori d’altro genere, forse, in questo visionario e non banale finale.

In scena al Teatro gli ultimi giorni di Craxi, per farci riflettere su anni della nostra storia recente ancora poco noti, forse «gli anni più oscuri della storia della storia della Repubblica». Un Haber a suo agio, mai eccessivo, tanto somigliante al vero leader del PSI. Rappresentato come un uomo nevrotico e antipatico, affetto da un cancro, anche se non lo sa, mentre vede metastasi morale attorno a sé. Una «testa politica» fine, che sull’orlo del tramonto presenta la “sua versione” dei fatti: un’ Italia in cui non esiste libertà, eguaglianza «non esiste sudditanza, ma solo connivenza». Una Terza Repubblica all’orizzonte, rappresentata come una spiaggia sullo sfondo della scena, per la quale il protagonista vede solo mestieranti, e nessun miraggio di rinascita.

ObamomaNY

ImageNegli ultimi giorni ho ricevuto molte domande e qualche critica per il mio sostegno appassionato ad Obama. Mi è stato obiettato che non si può stare con Obama ed Hollande allo stesso tempo e che per essere presidenti degli USA non si può essere brave persone.

Tutte critiche con una parte di vero, ma anche con un retrogusto verdognolo d’invidia e disillusione.

Capisco. Non va più di moda appassionarsi alla politica, farsi affascinare dal carisma, seguire per ore discorsi e dibattiti sul futuro del mondo. Pare che dia molta più soddisfazione credere alle dietrologie e farsi furbi facendosi implicare meno.

Ciò che io penso è che, per chiunque abbia un minimo di passione politica, non è possibile non appassionarsi alle elezioni del paese più potente al mondo, al quale sono appesi i futuri di pace o guerra dell’umanità e le nuove frontiere economiche e sociali.

Il ragionamento con i vecchi schemi anti o filo- americani credo sia ormai superato. Questo non è forse il migliore dei mondi in assoluto, ma è, Leibenizianamente, il migliore dei mondi possibili, o, quantomeno, l’unico che ci è stato dato di vivere. Il sistema economico in cui siamo immersi è quello capitalistico e neoliberista e, mi spiace tremendamente dirlo, non vedo filosofi od economisti all’orizzonte in grado di pensarne uno totalmente alternativo (ma alternativo anche a pretese veterocomuniste) e pertanto mettere in vera crisi la supremazia americana.

Anche perché, seppure ci fossero, poveri filosofi, non conterebbero un tubo. Abbiamo finito di ammazzare la filosofia con l’avvento dei 2000’s e continuiamo a dire che una parte pensante ed intellettuale della società non è che un peso. Quando ci va bene la chiamiamo radical chic.

Ora, posto questo, l’America rimane l’unico paese in cui non è necessario presentare la genealogia per essere considerati qualcuno, conta ancora percentualmente di più ciò che si combina fattivamente durante gli anni che è concesso vivere.

Sulle contraddizioni del sistema americano sono stati spesi fiumi di inchiostro, ma sarà pur vero che non c’è altro paese occidentale e moderno che si sia presentato al mondo con l’elezione di un presidente di colore (affondando il coltello nella piaga mai sanata della società USA, non me ne vogliano i NewYorkesi che dicono di essere colour-neuter, perché al sud il problema è ancora tutt’altro che risolto), giovane, e in grado di parlare ancora di sogni.

Spettacolarizzazione e lobbysmo, e spettacolarizzazione del lobbysmo sono chiaramente elementi inapplicabili nel nostro paese, e va anche bene così. Ma noi siamo la vecchia Europa, ci portiamo il fardello di una storia troppo lunga e di una dignità da mantenere, o meglio, delle apparenze da mantenere.

Nel contesto del sistema americano le scelte di Obama sono forti e se appaiono sbiadite nel continente di Marx e Neitzsche pazienza, la nostra è un’altra storia.

Il vero problema è che l’America sente ancora, anche grazie a figure come Obama, di avere un ruolo e forse una missione nel mondo. L’Europa ha miserabilmente perso quello che ha avuto praticamente dall’inizio dell’umanità e non ne ha ancora trovato uno alternativo. Non parlo dell’Italia perché c’è solo da versare lacrime amare.

Quello che sono gli Europei non lo sanno, ma pretendono di non essere né americani né cinesi, il non di qualcosa e il sì di nulla.

Io nel frattempo spero in un uomo che ha nel suo curriculum il nobel per la Pace, per ritornare alla disillusione europea ho sempre tempo.