Però vivo per te, e questo mi basta.

Cara Vita, amore mio,

ti amo. E non pensavo di essere capace di un amore tanto grande, di tanto coraggio, e del perdono. Ti guardo e non provo più dolore per quello che mi hai fatto, se mi hai provocato pianto o rabbia. No amore mio, non posso ricordare, perché quel che mi resta è la convinzione di amarti e di non aver mai amato tanto nessun altro.

Mio amore unico, mio amore solo. Il tuo profilo così tenero, severo nelle convinzione, sleale nelle affermazioni, il tuo profilo in una foto in bianco e nero mi ricorda il sobbalzo del mio cuore al mio primo vederti, all’avere capito che ti amavo.

Chiunque ti ha avuto e ti avrà amore mio non sa che qui c’è qualcuno che ti ama di più. A quest0 sentimento incompleto e devastato ma redivivo mi aggrappo ogni giorno, più volte al giorno, e di notte, nei sogni convulsi. E se mi sveglio alle 5 del mattino tu sai perché accade, lo sapevi, perché mi avresti svegliato alle 8, talvolta alle 8.40 con un buongiorno. E capivamo di avere capito. Aspettavo che venissi a prendermi a mezzogiorno, e anche se non arrivavi io ti amavo ancora, ti amavo di più.

Cara Vita, a te voglio sacrificare questi  miei giorni, questo mio tempo, per riaverti, almeno un secondo. Perché voglio incontrare la luce dei tuoi occhi ancora. E la speranza mi guida irrazionalmente, anche se so che la ragione ha altre strade.

Ti aspetto domani, e se non ci sarai, dopodomani. Ma io aspetto perché vivo nell’attesa di qualcosa che non accadrà, o forse non tornerà. Però vivo per te, e questo mi basta.

Tua, V.

 

Fauci aperte e respiri mancati

Non avevo mai fatto caso al fatto che sfogaresoffocare potessero avere la stessa etimologia: fauces, le fauci.

Sfogare e soffocare sono le azioni di chi ha divorato troppo la vita, di chi ha spalancato la sua bocca per rabbia e ha ingoiato il peggio del mondo, di chi ha succhiato ogni attimo di esistenza ed è rimasto senza respiro.
Sfogare e soffocare sono nella sofferenza di chi ha vissuto in modo eccessivo, sovrabbondante, sregolato anche un solo momento.

C’è un istante preciso in cui la morte bussa alla porta di chi sfoga e soffoca, un istante in cui l’aria non passa più attraverso bronchi e alveoli, si interrompe il circolo e si frantuma in atomi inerti di idrogeno e ossigeno; può avvenire espirando tutto il male ma anche inspirando tutto il bene.

Ora, quell’attimo può sembrare impercettibile ma lunghissimo, esaltante e delirante.
I muscoli tesi dallo sforzo e ubriachi di vita si rilasciano, il cervello recupera il primordiale istinto di sopravvivenza e pone se stesso davanti ad una scelta: vivere ancora o morire.
Non ci sono mezze misure, la fatica non è trovare la virtù che stava nel giusto mezzo, la fatica è ogni volta scegliere tra vivere o morire.
La fatica è non spaventarsi di fronte all’eccesso di vita e scegliere consapevolmente il momento in cui morire davvero.

Solo sperimentare l’abbandono totale può rivelare quanto fottutamente importante sia quell’attimo e quella scelta e quanta solitudine ci sia nel dover trovare in un millesimo di secondo qualche buona ragione per decidere in un senso o nell’altro.
La ragione è il mito di chi non vive mai abbastanza, l’abbandono e l’affidamento sono la dannazione di chi non si accontenta mai di aver vissuto abbastanza.
Sfogare e soffocare rispondono solo alla capacità di saper perdere il respiro e di non avere paura di soffrire, di morire.

Deboli di stomaco – Virginia e la cucina rovesciata

Virginia avrebbe scritto così una sera di primavera a Vita:

Dopo un sushi abbondante e un gelato pesante l’altra notte ho fatto indigestione.
Non pensavo che fare indigestione fosse un’esperienza di vita così importante, ho imparato molte cose.

Partendo dal sushi in sé, la prima: il sushi è un piatto che richiede lentezza, pazienza e decisione, il riso ha bisogno di tempo per cucinare e raffreddare, per essere steso e reso colloso al punto giusto; il pesce dev’essere fresco, dal profumo deciso senza essere troppo invadente, e dev’essere tagliato al punto giusto e nel modo giusto, individuando precisamente il punto dove il coltello reciderà la carne senza sfilacciarla, rovinarla.
Il sushi è il contrario esatto di me,  e infatti non l’ho digerito; non ne avevo mai mangiato così tanto, ed effettivamente tutta quella pazienza, lentezza e decisione, prese a piccole dosi non mi avevano mai dato fastidio, ma l’altra sera era veramente troppo, i miei succhi gastrici abituati alle verdure cotte di stagione, sebbene anche al peperoncino e al cardamomo non hanno sopportato.

Dunque la seconda: Il gelato al pistacchio ha fatto il resto: latte e frutta secca non stanno bene insieme nel mio stomaco, che evidentemente non riesce a farsi sedurre dalle doti emollienti del nettare bianco, ma non riesce neanche ad idratare di per sé i frutti essiccati al sole. La sostanza è che non riesco a separare le proteine dai grassi, cioè il necessario dal superfluo, in un gelato al pistacchio evidentemente sono così ben mescolati che mi confondo e non capisco più niente.

Il corso dell’indigestione è stato però veramente unico: fino all’ultimo non ho voluto vomitare, e ci sono riuscita. Mi sono presa una rivincita sulla pazienza e la decisione del sushi e ci sono riuscita. Più che rivincita devo essermi messa in testa che lasciar risolvere alla lentezza le indecisioni di uno stomaco poco raffinato e un po’ ingenuo poteva essere l’unico modo per non vedermi costretta a nausearmi di quel sushi così tanto (dopo averlo vomitato), da non volerne più mangiare per il resto della mia vita.
Amo molto il sushi, ma quando si fa indigestione di qualcosa non si riesce più neanche a sentirne l’odore, e la seduzione di questo piatto orientale, apparentemente essenziale ma molto solido e sostanzioso (ha i suoi grassi, non è così dietetico come si pensa), è un piacere cui non voglio rinunciare.

In ultima analisi ho imparato che non devo mangiare troppo, non devo essere avida e affamata di quelle cose che invece per definizione hanno bisogno di cura e pazienza per sprigionare il loro massimo sulle papille gustative. Credo che smetterò per un po’ di sognare un piatto di pesce crudo da spezzettare allegramente sotto i miei molari crudeli, e smetterò anche di ripetermi che  non potrei mai fare a meno del sushi una volta alla settimana, in fondo anche una ogni due (visto che è molto caro) non è un deal così malvagio.

Mediterò e cercherò di mettere in pratica i miei autoinsegnamenti, il libro di ricette, d’altronde, Vita, amore mio, me l’hai regalato tu, ed è con te che cucinare è diventata la mia arte più segreta.  Che scrivo lo sanno in troppi ormai.

 

V.

7 gennaio

7 gennaio 1925, Vita scriveva a Virginia

 

Per favore, in mezzo a tutto questo caos, continua ad essere una stella luminosa e stabile. Proprio poche cose rimangono ad indicare la strada: la poesia, e tu, e la solitudine.

5 gennaio

Il 5 gennaio 1925 Vita scriveva a Virginia

Sì, mia cara Creatura, vieni domani, il più presto possibile…incolleremo francobolli o andremo a vedere i pesci, ma prima voglio sapere perché eri turbata, e hai scritto così confusamente, e di cosa avete parlato davanti al camino – oh e una valanga di cose.
Ma sono di corsa – ho appena portato Grizzle dal veterinario in Grays Inn Rd. e adesso devo schizzare via – Ah, se vuoi il mio amore per sempre devi riempirti la schiena di macchie…