Miele – Determinazione e autodeterminazione

di Maria Teresa Santaguida

miele

Comincia piano il viaggio nella vita di Miele, sottovoce, forse anche lentamente. Ma poi raggiunge un senso compiuto in un rapporto casuale e poi sempre più cercato con l’Ingegner Grimaldi. Quando questo rapporto finisce, anche il film finisce. E ancora una volta non è veramente la protagonista a decidere quando e come.

Miele è il “nome di servizio” di Irene, ragazza giovane, leggiadra, istintiva…con un mestiere particolare: aiutare i malati terminali a morire dolcemente. E il nome che ha scelto di utilizzare non è un caso. Per lei questo è un lavoro e niente di più, non è una missione, non è un credo, nemmeno, forse, una vera determinazione. La domanda sul perché una ragazza normale che dovrebbe andare all’università, come fa credere ai genitori, o uscire con gli amici decida di fare qualcosa di così anomalo rimane assente nel film, vaga nella testa dello spettatore, restando però senza risposta. Appena accennata la spiegazione psicanalitica sulla protagonista, gioco veramente troppo facile. Infatti non si può dire che questo sia un film didascalico, certo. Non si può affermare che con quest’opera prima la Golino abbia voluto affrontare un tema così delicato con aria saccente. Molto rimane di inevaso fino alla fine. Il film è asciutto, concreto, magro…come la figura longilinea della sua protagonista.

Il nodo è però in un’altra domanda che arriva quasi a metà pellicola, quando Miele, di ritorno da uno dei suoi viaggi in Messico (finzione scenica forse un po’ forzata) per comprare il barbiturico letale, viene ingaggiata dall’Ingegner Grimaldi. Gli vende il suo farmaco senza chiedere, ormai presa dalla sua prassi, e poi scopre che l’uomo non è affetto da un male  incurabile, e che anzi, per sua stessa ammissione “è sano come un pesce”. Il suo è male di vivere, per questo le ha chiesto di farlo morire. La coscienza della ragazza è smossa, lei si sente braccata a sua volta: fra un male fisico e uno interiore vi è forse una differenza in dignità o gravità? Che cosa sta veramente facendo e perché?

Il solo porsi la questione basta a Miele per decidere finalmente qualcosa per sé, per autodeterminarsi…come ha deciso di fare Grimaldi.

La regia non è mai ripetitiva e non scade mai nella tentazione di essere autoriale, sgradevole per un’opera prima. La prova di Jasmin Trinca, protagonista, risulta fine e senza sbavature. Il film non annoia e non insegna, nonostante la tentazione della tematica, e prende parte senza ostentare. Ciò che viene fuori è un piccolo inno alla coscienza e all’autodeterminazione: dal momento in cui le scelte di vita dei protagonisti sono chiare, tutto diventa più semplice, ma non per questo meno doloroso. E anche la vita di Irene assume un contorno più definito.

Matura anche la sceneggiatura, solo in pochi casi scontata, e sempre in linea con le riprese. Forse un primo tentativo di parlare del dolore e della morte in modo vero, moderno, disincantato, un tentativo che merita certamente un approfondimento.

Miele – di Valeria Golino

In sala dal 1° maggio 2013

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Teoria di Milano

ImageMilano, questo è dedicato a te,

che mi hai stregata

mi hai cresciuta e forgiata

mi hai amata di amore corrisposto e limpido,

non passionale, non retorico

ma costante e intimo

E’ dedicato al cuore che tieni in mano orgogliosa

e ai raggi che  a volte dimentichi

sonnolenta e sontuosa.

Milano, questo è dedicato ai tuoi drammi

e alle tue solitudini.

Alle tue miserie

che curi con scintille e lumi

e che non risolvi mai.

Milano, amami ancora e tradiscimi,

ma non privarmi dello stridore delle tue strade

e dei silenzi di cui sei capace,

quando nevica sulle guglie algide

che trafiggono gli occhi

e abbagliano l’anima.

Bianca come il latte…forse un po’ troppo pallida

di Maria Teresa Santaguida

Il film tratto dal romanzo cult di Alessandro D’Avenia (che ha venduto più di un milione di copie) è uscito da poco nelle sale, accompagnato dall’attesa creata dallo stesso scrittore e sceneggiatore su tutti i social media: prima grazie alla scelta degli attori, condivisa con i suoi followers, poi per la scelta delle musiche, con la partecipazione dei Modà, e poi con un’infinità di piccoli videoclip e mini-trailer pubblicati a cadenza di quasi ogni giorno. Insomma, grazie alle nuove tecnologie si è provato a fare appassionare i ragazzi (fascia prevista 14-18 anni) a questo film…tranne che col film stesso. Piatta la regia, non entusiasmante la fotografia, poco curata la partitura della trama, che si svolge senza entusiasmi secondo un puro ordine cronologico, prevedibile già fin dai primi minuti. Leo, il protagonista, bel ragazzo interpretato da Filippo Scicchitano (già impegnato in Scialla) scambia l’amore per la passione, ignora, fino quasi alla fine, l’amore che Silvia, sua migliore amica, cela per lui, mentre non riesce a dichiararsi alla bella Beatrice, interpretata da Gaia Weiss. Ma BIANCA_COME_IL_LATTE_ROSSA_COME_IL_SANGUE_NEW_gBeatrice,  dalla pelle di perla e i capelli rosso accesso è ammalata…il suo sangue ha lo stesso colore della sua pelle e pian piano diventa sempre più bianco. La leucemia la avvicina ancora di più al ragazzo, che non si arrende alla malattia e si troverà a fare i conti con la durezza della vita e con la bellezza dei piccoli gesti. Retorico il messaggio e pallida l’allusione ad una ricerca dell’oltre e di Dio, nella quale trova conforto la piccola Beatrice, ma che non è chiaro siano appartenute al protagonista di questo mal riuscito romanzo di formazione. L’allusione dantesca attraverso i nomi scelti (Beatrice) e la figura del prof. “figo” che racconta la vita attraverso frasi fatte mal tratte dalla Vita Nova e improbabili incontri di boxe (facile metafora), va apprezzata per l’anticonformismo che tenta di avere nell’evidenziare l’importanza di bravi insegnanti, ormai dimenticati nella nostra società…ma finisce per essere un po’ autoreferenziale (D’Avenia fa, appunto, anche il professore di liceo) e cadere nei cliché nel momento in cui l’intepretazione viene affidata al fin troppo bello Luca Argentero: emblema di un prof. che ogni sedicenne sognerebbe di avere.

Insomma per un libro leggibile un film a mala pena sopportabile, con pretese didascaliche ma scarso approfondimento.

Berlinguer: i pensieri lunghi

di Maria Teresa Santaguida

Raccontare Berlinguer mentre la ‘navicella’ della politica italiana sembra arenata in una palude di fango può sembrare inutilmente malinconico: contesti troppo diversi, venti storici di direzioni opposte che sembrano lontane dal presente. Eppure questa narrazione non è affatto anacronistica, perché ciò che viene evidenziato nello spettacolo è proprio lo sguardo continuo al futuro che quell’uomo timido, esile, ma mai debole, aveva. Il contrario insomma di quella palude immobilizzata nel presente di cui leggiamo sui giornali. Colpiscono i numeri: giovanissimo segretario nazionale di una federazione giovanile con quattrocentomila iscritti (cifre oggi irraggiungibili); solo quindici i minuti del suo discorso a Mosca (a fronte delle sei ore di Bresnev che l’aveva preceduto!) per segnare una svolta storica: un PCI che recideva il cordone ombelicale con l’URSS e tentava di governare un paese fondamentalmente cattolico proponendo riforme e non rivoluzioni; decine gli intellettuali convenuti nel gennaio ’77 a Roma per il famoso convegno di futurologia, in cui già Berlinguer cominciò a parlare di austerità ed ecologia. Superare il presente per immaginare il futuro sembra essere il messaggio dello spettacolo: un esercizio oggi quasi velleitario. Contro i nostri orizzonti sempre più corti, contro i quali sbattiamo continuamente il naso
si lanciava il pensiero di un uomo rigoroso ma mai freddo, un uomo a cui le “masse”, in fondo, volevano bene, come testimoniò la folla presente ai suoi funerali.

La recitazione, talvolta claudicante per l’emozione, di Eugenio Allegri contribuisce a rendere l’idea di questo affetto per un sogno e non solo per la persona, per la bellezza della democrazia, più che per un partito solo, per la libertà e per la visione, più che per l’ideologia. Ma questa non è una favola di Fedro e non va cercata necessariamente una morale…o forse sì, perché proprio la questione morale fu uno dei crucci di Berlinguer ed è uno dei grandi problemi irrisolti della nostra Repubblica: la carrellata di volti alla fine dello spettacolo ne è una dimostrazione.

La magia del Teatro

Recensione della Serata del 16 gennaio: 40 anni del Teatro

Maria Teresa Santaguida

Versione 2000 battute

Il Teatro è la magia del quotidiano che diventa eterno. Questo è avvenuto in una sera fredda di Milano, dentro un teatro i cui soli colori e odori trasportano in un tempo che non è più quello reale, ma è quello cadenzato della scena, della parola recitata, del dramma. Indietro nel tempo attraverso 40 sperimentazione il 16 gennaio abbiamo partecipato alla magia perenne del Franco Parenti.

Il gioco di prestigio è avvenuto ancora una volta nelle parole dell’Ambleto di Testori proiettato sullo schermo per togliere il fiato a chi era troppo giovane per vederlo dal vivo e anche a chi non si è stancato di vederlo di nuovo: il gioco di prestigio delle parole di quel lombardo-cimbro misto a latino, spagnolo ed inglese: un grammelot più popolare e vero che è stata la lingua del grande Testori, delle atmosfere rabbiose alla Pasolini e dei drammi dei mezzi uomini incendiati di miseria, che ne sono protagonisti. Misero sembra anche un buffet, bellissimo, alla fine dello spettacolo, fatto di prodotti della terra e servito con la generosità di una cascina di campagna, mentre sopra le nostre teste ballerine leggiadre rappresentano l’acqua, ricordando la primordialità degli elementi.

Ma la grande magia è come sempre nelle parole di Andrée Shammah, anima di questo teatro, animata ella stessa dalla vicinanza di chi Franco l’ha conosciuto e amato e da questo teatro è partito: Moni Ovadia ricorda commosso i suoi primi passi, Giole Dix ironizza sulla paura di compiere i suoi, quando, ancora ragazzo, si sentiva inadatto a fare l’attore. Alessandro Haber confessa di essere se stesso solo sul palcoscenico, e per Filippo Timi, il teatro è l’unica possibilità di parola e di vita vera. In sala c’è Gianrico Tedeschi e Philippe D’averio, che da una balconata racconta poi perché il teatro del Pier Lombardo è sperimentazione, nel senso più profondo del termine. Quel teatro di “soffitta”, che recupera gli oggetti in disuso per farne materia nuova, quasi che chi lo fa, come Andrée, fosse una fata, o una strega in grado di raccontare storie nuove con le vecchie bambole di pezza della nonna. Storie sì, finte sì, però a teatro, per usare le parole di Proietti, tutto è finto, ma niente è falso.

 

Versione 500 caratteri

Il Teatro è la magia del quotidiano che diventa eterno. Questo è avvenuto al Franco Parenti il 16 gennaio: durante la proiezione dell’Ambleto di Testori, dove la lingua artificiale di Testori è diventata lingua del popolo e delle sue miserie; durante il buffet fatto di minestre, pane e patate, come la tavola delle vecchie cascine di campagna; durante le testimonianze degli artisti che hanno festeggiato questi quarant’anni raccontando la loro vita quotidiana la cui essenza è il teatro stesso. Andrée Shammah assieme ai vecchi amici, Moni Ovadia, Alessandro Haber, Gianrico Tedeschi, Philippe D’Averio, e ai nuovi, Filippo Timi e Gioele Dix, ha raccontato emozionata la magia di una vita dedicata al palcoscenico. Una magia che avrà futuro grazie alla sua visione, un gioco di prestigio che rende ancora possibile il grande mistero per il quale si può vivere di teatro e vivere il teatro, dove, per dirla come Proietti, “tutto è finto, ma niente è falso”.

So true

‎”Ci sono persone da cui non guariremo mai.
I loro sorrisi ci faranno sempre battere il cuore, le loro risate ci faranno tremare le gambe e ogni loro singola parola ci resterà
sulla pelle come un tatuaggio. I loro gesti sono destinati a rivivere in ogni nostro singolo movimento, i loro respiri nelle nostre orecchie.
Ci sono persone che sono destinate ad essere semplicemente nostre per sempre, anche solo attraverso i ricordi”.